La tempesta- conversando con Marino Neri

Miguel Angel Valdivia conversa con Marino Neri del suo ultimo libro “La tempesta”, pubblicato da Oblomov Edizioni

Miguel Angel Valdivia Per prima cosa, domanda di rito, come nasce l’idea per questo fumetto?

Marino Neri Mi è sempre difficile rispondere a questa domanda, perché non riesco quasi mai a determinare un momento preciso in cui posso identificare la nascita di una idea per un fumetto. Una piccola bozza dell’idea risaliva a parecchi anni fa… C’era la voglia di narrare alcuni luoghi, la suggestione dei paesaggi. Spesso le idee per un fumetto mi vengono dalla suggestione che un paesaggio o un’atmosfera crea.

MAV Si, mi rendo conto che è una domanda un po’ scocciante, ma dovevo farla. Allora adesso, entriamo nel libro, in quello che ho sentito io come lettore. Ho letto il tuo libro due volte e ti posso dire che la seconda lettura è stata più inquietante della prima. Come se certe sensazioni che avevo avuto la prima volta si fossero poi acuite, amplificate. Una sensazione di disagio che proverò a spiegare. Nella prima lettura si rimane travolti dagli eventi, come se vedessimo succedere qualcosa (di drammatico) senza poter fare nulla. Evidentemente anche la seconda volta che l’ho letto sapevo di non poter fare nulla ma quello che è cambiato è stato che ho iniziato a pensare con maggiore profondità ai personaggi, soprattutto al protagonista, che a pensarci bene è davvero un personaggio poco chiaro, come se nascondesse qualcosa. Cosa mi puoi dire su di lui?

MN Ho disegnato più volte il volto del personaggio di Manuel per caratterizzare la sua figura.  È stato il più difficile da buttare giù e anche adesso mi pare che abbia lineamenti un po’ “fumosi”, poco determinati. Come se non si volesse far acchiappare. L’idea di un personaggio di cui si capisce poco sin dall’inizio mi piaceva. Ho idea, che se fosse reale, nemmeno lui saprebbe molto di se stesso. In questo penso ci somigli molto, in generale: ha aspirazioni artistiche, ha degli ideali, ma non sa nulla di sé.

MAV Si, anche a me ha dato questa sensazione. Però ci ho visto qualcosa di più… Ma tornerò poi su Manuel… Il tuo libro inizia con una corriera che si ferma per un guasto… Il protagonista decide di continuare a piedi per cinque chilometri dove lo aspettano per iniziare una formazione lavorativa. Si ritrova in un piccolo paesino di provincia sperduto ed entra in un bar dove c’è in bella mostra un busto di Mussolini. In quel momento il lettore sente che il protagonista è in pericolo, come potrebbe succedere in quei film americani dove i ragazzi di città entrano in contatto con i red neck (o zoticoni come li definisce lui). Ma non è così, lui non è davvero in pericolo. E qui mi sembra che tu mischi un pochino le carte e giochi con una serie di stereotipi per poi cambiarli. È una sensazione sbagliata?

MN No, è giusta. Se c’è una mia intenzione quando faccio una storia e quella di portare il lettore dove meno se lo aspetta, almeno questo è quello che mi piacerebbe fare. Penso molto al lettore, non a un “target” in generale, ma alla cura che bisogna avere del lettore, a non propinargli immagini già preconfezionate.

MAV Questa sensazione di pericolo la si ritrova in vari momenti, come se qualcosa di brutto potesse accadere ma poi non accade, se non alla fine. Ma questo pericolo sembra anche essere parte del protagonista come se lui se la portasse dietro, come se, a momenti, fosse proprio lui, in realtà a costituire un pericolo per gli altri. Viene da chiedersi se davvero stia andando da qualche parte, se esista davvero quel Gil con cui comunica…

MN Questo fa parte proprio del fatto che il protagonista rimane un personaggio ambiguo, un personaggio che ci sembra di conoscere, nel quale probabilmente ci identifichiamo, ma che a un certo punto inizia a fare cose che escono da questa “normalità”. Inizia a comportarsi da voyeur, sembra nascondere strani desideri. Lì sta quel pericolo che percepisci. Invece, per quello che dici, sul fatto di quali siano veramente le sue intenzioni e se Gil esista o meno, può essere benissimo una interpretazione. Lascio volutamente molto aperte le storie. A un certo punto Manuel si addormenta, poco fuori della Villa: qualche lettore mi ha perfino detto che tutto quello che accade dopo potrebbe essere un sogno.

MAV Accidenti, vedi, a questo non avevo proprio pensato!

MN …Nemmeno io…

MAV Mi chiedevo però come mai Manuel facesse così lentamente i 5km che lo separano dal luogo dove arrivare… Infondo 5km non sono tanti, sembra quasi non “voler” arrivare…

MN Ah ah, anche questa è una bella osservazione: è un cittadino… va lentamente, fa le foto ai fiori e alle tartarughe…

MAV Un’altro elemento forte è questa sensazione di intrusione della privacy che prende sia la forma del voyeurismo (quello di Ferdi e quello di Manuel quando fotografa Marta) sia quando si introduce, assieme a Ferdi dentro la villa. Ma anche la sua attitudine difensiva (che poi è anche aggressiva) nei confronti di Demetrio, il marito. Questo tema dell’intrusione e della violazione della privacy è un tema ricorrente nella letteratura e nella filmografia noir. Ma qui mi sembra che si sviluppi in una forma molto più ambigua e disturbante. Cosa mi sai dire di questo?

MN Un altro tema del libro è sicuramente quello dell’intrusione nelle vite degli altri. Anche in questo caso però i miei personaggi giocano in maniera un po’ ambigua. In fondo Marta e Demetrio sono “stranieri” anche tra di loro, nella loro asettica villa. Almeno quanto Manuel sarà forse sorpreso della propria reazione prima del tragico finale. E allora, ma sto ragionando assieme a te, forse è questa la cosa disturbante: Manuel, Marta e Demetrio scoprono qualcosa di loro stessi che non conoscevano, proprio mentre si “spiano” a vicenda…

MAV Si, in un certo senso è così mi sembra. E seguendo questo pensiero mi viene da pensare che il personaggio che alla fine, forse, mi sorprende maggiormente è la moglie, Marta. Marta, è molto importante. Innanzitutto è l’unica presenza femminile del libro. Sembra anche essere vittima del marito ma, anche qui, nulla è davvero chiaro. Quando ad esempio lei e il marito ridono felicemente per una battuta di quest’ultimo, viene da chiedersi che tipo di rapporto abbiano realmente. Certo è che, a differenza del marito, lei è ben contenta dell’arrivo improvvisato di Manuel. Infondo è abbastanza chiaro che la sua è una vita di grande solitudine. E da subito proietta su Manuel una serie di fantasie: è un giovane creativo, libero e sognatore e di certo molto differente dal marito. Poi però, mano mano che la storia va avanti, Manuel e Demetrio si avvicinano, fino a diventare complici. In quel momento, che lei capisce istintivamente, decide di fuggire, o almeno la vediamo fare le valigie. Quando sfoglia il taccuino di Manuel scopre solo pagine vuote, bianche e realizza che anche lui, forse non è chi sembra essere. Sono andato totalmente fuori strada?

MN No, è proprio così…

MAV Beh, non te la caverai così ;). dimmi qualcosa di più sul personaggio di Marta se ti va 🙂

MN Ok… Quello che descrivo nel libro “La tempesta” è sicuramente un mondo improntato su un modello maschilista (uno degli altri temi del libro).  I due protagonisti maschili sono in fondo uguali e contrari e difatti come dici tu sul finale si uniranno, mostrando più somiglianze di quello che presentavano all’inizio. Anche lavorare sul personaggio di Marta è stato complesso, ho ragionato molto sul suo “destino”, valutandone diverse versioni. Poi appunto forse la scena chiave è quella che descrivi tu qua sopra, quando Marta ride assieme a Demetrio, l’uomo che probabilmente le fa violenza. Ho pensato a Marta come un personaggio forte, è il personaggio più forte della storia anche se, assieme a Ferdi è per natura la vittima. Rispecchia l’idea che ho della femminilità, per niente fragile e capace di sopportare grandi sofferenze.

MAV Trovo che sia molto forte anche la scena in cui sfoglia il taccuino di Manuel… Come se sperasse di trovarci qualcosa magari di puro, di luminoso, di diverso…Ed è molto triste quando non ci trova nulla, solo pagine bianche. Sembra che in quel momento in lei scatti qualcosa. Anche se più ci penso e meno sono convinto che alla fine se ne vada sul serio

MN Anche io non sono convinto che se ne sia andata…

MAV La fine è ovviamente un colpo duro per il lettore. Manuel, per sviare l’attenzione di Demetrio (dopo che stava per sorprendere Manuel con la moglie nel salotto) dice di aver sentito un rumore. Sa bene che chiuso in una stanza c’è Ferdi e dice di aver sentito un rumore. Lo fa con naturalezza, con freddezza, o almeno così pare. Quando i due vanno ad abbandonare il corpo nel lago, sembrano quasi una coppia di assassini abituati a commettere crimini. Poco ci dici sui loro sentimenti o sul come siano arrivati ad una decisione così terribile. Questo rinforza quella sensazione di cui parlavo prima (e di cui mi parlavi tu). Infondo fare cose orribili non sembra così fuori dall’ordinario come potrebbe o dovrebbe sembrare.

MN Tutta la parte finale, deve marcare una certa distanza. Come se si fosse già detto tutto sui personaggi e i giochi son stati fatti. La scena della colluttazione tra Demetrio, Ferdi e Manuel è disegnata senza “rumori/onomatopee” ed è l’unica scena trattata così, anche questo per marcarne una maggiore distanza, come se avvenisse in un sogno. Non è importante segnalare i sentimenti dei personaggi, lo fa già l’ambiente che si sostituisce a loro, sono i fuochi d’artificio a parlare per loro.

MAV A questo proposito i fuochi d’artificio sembrano quasi arrivare alla fine proprio per celebrare l’alleanza o la complicità tra Demetrio e Manuel. Credo che sia molto interessante questa cosa che dici rispetto alla non necessita di dire o capire i sentimenti che provano i protagonisti. Anche l’assenza di onomatopeiche funziona molto bene. Tra parentesi io trovo che sia sempre meglio non usarne per rinforzare l’effetto dei movimenti o delle scene.

MN Io amo invece le onomatopee, però è abbastanza allucinate quanto il fumetto possa “evocare” i rumori solo attraverso le immagini, ero andato a sfogliare alcuni fumetti di Mattotti pensando di trovarci rumori e esplosioni per vedere come aveva disegnato lui le onomatopee e mi sono stupito di non trovarne…

MAV Mattotti non ne usa?

MN In “Fuochi” non ce ne sono, pur essendoci molte esplosioni (ma poi controlliamo eh ;))

MAV Anche io amo le onomatopeiche ma più come strumento grafico che come strumento sonoro

MAV Ti farei due ultime corte domande…

MN Vai!

MAV Mi viene in mente, per concludere, che tutto infondo è detto in quel quadro che Demetrio recupera all’inizio del libro. Nel quadro si vede una ragazza che guarda una tartaruga rovesciata forse viva forse morta. Simboliche sono le domande che si fa Demetrio guardando il quadro (che tra parentesi la moglie odia, forse perché ne capisce la violenza): “cosa rappresenta questo quadro: una scena di salvataggio, un’assassinio o una scena di tortura?”… Ecco credo che in queste domande ci sia tutta l’ambiguità del libro e dei personaggi che ne recitano il dramma. È così?

Infondo il libro si sarebbe anche potuto chiamare “La tartaruga”…

MN Ah ah non ci avevo pensato… Sì c’è un po’ tutta questa storia nel quadro. E poi c’è il fatto che stiamo parlando di un racconto a fumetti, fatto di immagini, scene, personaggi… E come tale non interpretabile totalmente. Nelle interpretazioni si finisce sempre per tradire l’opera. Qualcosa deve continuare a sfuggire. In fondo anche per il quadro è così e il dilemma che lo rende anche così affascinante ( e di cui si domanda non a caso il personaggio più violento) rimane comunque irrisolto.

MAV Questo mi fa pensare che sono felice di aver letto il tuo libro due volte, cosa che faccio raramente con i fumetti. Purtroppo a volte li leggo molto velocemente e ci sono delle cose che sfuggono.

MN Anche io ho lo stesso problema!

MAV Bisognerebbe scrivere in copertina: siete pregati di leggermi almeno due volte 😉

MN Ah ah, già… da bambino c’erano volumi che leggevo venti volte, ma la ripetizione per quando si è bambini è fondamentale. Forse però farebbe bene anche agli adulti…

MAV Si, penso di si…Ultimamente mi sono riletto fumetti che non leggevo da tempo, si scoprono tante cose (a volte). In ogni caso, ecco a te l’ultima domanda che già immagino ti romperà le scatole. Come autore e come lettore di fumetti, quale pensi che siano le “direzioni” più interessanti che sta prendendo il fumetto contemporaneo? E anche, magari, quali sono le sfide

MN Trovo il fumetto un linguaggio ancora totalmente da comprendere nella sua potenzialità. Non parlo solo di quello che sta succedendo adesso: quando guardo alcune tavole di Little Nemo di Winsor Maccay penso ci sia così tanto da approfondire… Insomma il fumetto è un “corpo vivo” e molto misterioso. Quando ero bambino non riuscivo a capire come lo si facesse: pensavo che il disegnatore facesse un’enorme illustrazione unica che raccontava tutta la storia e solo dopo ritagliava le vignette e le montava sulle pagine. Era una idea folle, ma ancora adesso quando ci penso riconosco dietro a questa idea il mistero del fumetto.

MAV Si, anche io davanti a Little Nemo rimango sempre a bocca aperta…

MN Sì, quella è una vetta insuperabile

MAV Dai Marino, ti ringrazio molto per aver partecipato a questa conversazione intervista un po’ disordinata…!

MN Grazie a te per le belle (e complesse) domande… Alcune cose non le avevo mai pensate… Ma questo è anche il bello delle conversazioni!

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