Doku, la collana che fa da argine all’indigestione seriale manga

di Ali Raffaele Matar

Kondoh Akino©

È verso la prima metà degli anni Novanta che in Italia si inizia a fare indigestione di manga. Sono dozzine le serie che in quegli anni iniziano a uscire regolarmente nelle edicole del Bel Paese, raggiungendo spesso tirature altissime, attirando i consensi di ragazzi e ragazze di ogni età, ma anche le critiche di organizzazioni conservatrici (che arrivarono a chiedere la censura di alcune vignette innocue). Eppure, i protagonisti di questo boom hanno tutti un denominatore comune: sono già noti al grande pubblico grazie alle controparti animate che impazzano a tutte le ore sulle emittenti televisive locali e nazionali: Ken il guerriero, Dragonball, Sailor Moon, Ranma, Lamù…

Soltanto sul finire del millennio, quegli editori, che per primi avevano puntato sul potenziale del “made in Japan”, sviluppano un certo interesse per titoli meno commerciali, che non vantano serie animate programmate nei palinsesti del piccolo schermo. I Kappa Boys, responsabili allora della pubblicazione dei manga targati Star Comics, nel 1999 danno il via a una collana chiamata “Point Break”, presentata concettualmente come punto di rottura con il panorama editoriale di quegli anni, con lo scopo di venire incontro ai gusti di un pubblico più maturo e indagare così generi inesplorati della scena nipponica. Un bel programma di intenti, che avrebbe presentato al pubblico di lì a poco opere interessantissime – ma meno conosciute – come Skyhigh di Takahashi Tsutomu, Sanctuary e Strain di Ikegami Ryoichi, Phantom Stalker Woman (Zashiki Onna) di Mochizuki Minetaro, Benkei a New York di Taniguchi Jiro nonché U.P.O. e il western Flash di Tanaka Masashi. Ma i buoni propositi sfumano presto. La collana si riempie di miniserie firmate da autori già piuttosto noti nel Bel Paese, da Hojo Tsukasa, creatore di City Hunter, a Souryo Fuyumi, madrina del famoso Mars, diventando un contenitore non dissimile dal resto delle proposte dell’editore perugino.

È solo nel 2005 che i Kappa Boys riescono nel loro intento originario di cucire per il pubblico una collana che funga da microfono per autori e autrici all’avanguardia, che in quegli anni stavano contribuendo in Giappone a dar forma alla new wave del manga moderno, tra influenze occidentali e transmediali. È il tempo di Manga-san, etichetta della Kappa Edizioni, che ha l’onere di presentare in Italia artisti fino ad allora inediti ma oggi affermatissimi, del calibro di Asano Inio, Kaneko Atsushi, Anno Moyoco, Matsumoto Taiyo, Igarashi Daisuke e Yamaji Ebine, assieme a nomi storici dello shojo d’annata come Shoji Yoko. Sulla scia di queste proposte raffinate, il Bel Paese apre le porte all’editore nipponico D/Books (D/Visual) che, oltre a riproporre in edizione pregiata alcuni titoli celebri come quelli di Nagai, diventa per i lettori una finestra da cui scorgere gemme rare della nona arte come Ultraheaven di Koike Keiichi, Kajimunugatai di Higa Susumu e le raccolte di racconti sperimentali di Kaneko.

Cresciuti con l’adorazione per i titoli meno mainstream, Paolo La Marca, docente di lingua e letteratura giapponese, e il graphic designer Livio Tallini, coadiuvati da Vincenzo Filosa, entrano nel 2018 in casa Coconino, subito dopo il cambio di gestione editoriale di Igort, per lanciare Doku, collana che raccoglie le redini di Manga-san. Il nome è un gioco di parole tra due termini omofoni scritti con sinogrammi differenti, “veleno” e “lettura”: una ventata d’aria fresca non soltanto nel catalogo manga di Coconino ma in tutto il panorama editoriale italiano, grazie anche alla peculiare veste grafica a doppia copertina. Alla base della collana Doku vi è lo sguardo delle donne, con opere scelte appositamente per distanziarsi dagli stereotipi associati al manga. Coconino Press, fino ad allora dedita alla pubblicazione di titoli manga realizzati esclusivamente da autori uomini, da Maruo Suehiro a Taniguchi Jiro, si riempie di voci femminili, affermando l’infinita capacità di sperimentare linguaggi visivi e narrativi da parte di alcune delle più interessanti artiste nipponiche.

Come racconta il prof. La Marca in un’intervista, proporre autori alternativi e sperimentali – oltretutto mai pubblicati fuori dal Giappone – è un’impresa insidiosa e alquanto complessa. Difatti, è prassi per gli editori, prima di acquisire le licenze di un titolo, controllare le pubblicazioni estere e i riscontri di pubblico e critica. Nel caso di Doku, invece, le opere scelte, sebbene di grande spessore, non hanno mai beneficiato, per un motivo o per un altro, di edizioni in lingue occidentali. La responsabilità, dunque, è doppia. Ed è per questo motivo che i curatori cercano di “coccolare” questi autori, presentandoli con adeguati apparati redazionali e con opere che riescano, anche senza ulteriori sovrastrutture, a suscitare emozioni. A un’iniziale diffidenza da parte del lettore, si è ben presto sostituita una piacevole curiosità. Il passaparola è stato fondamentale per sviluppare l’interesse dei lettori. Un “affetto” che è cresciuto nel corso degli anni e ha creato una sorta di processo di fidelizzazione dei lettori nei confronti della collana Doku.

Secondo Livio Tallini, i lettori di manga hanno imparato, nel corso degli anni, quanto possano essere fuorvianti i target di pubblicazione in Giappone. A dispetto delle rigidità occidentali, troviamo in Oriente tessuti narrativi sempre più articolati e ricchi, sperimentazioni grafiche, un occhio sulla tradizione e uno verso il futuro, piacevoli e inattese commistioni tra i generi. Dopo “i manga sono fumetti di consumo”, Coconino ha contribuito a sfatare forse l’ultimo dei preconcetti – e forse anche il più duro a morire – ossia che il fumetto non è “roba da maschi”. Con la pubblicazione delle opere di autrici fuoriclasse come Uchida o Nakamura, Coconino ha dimostrato quanto trasversale possa essere la “narrazione al femminile”. Osserviamo, uno per uno, i titoli della collana Doku, raffinato argine all’indigestione di manga commerciali seriale.

Il mondo degli insetti (di Kondoh Akino)
Il titolo d’esordio della collana Doku. Una deliziosa raccolta di racconti dal tratto onirico e personale, firmati da un’illustratrice che ha esposto le proprie opere nelle gallerie di mezzo mondo. Pubblicati in origine su AX, rivista erede della leggendaria Garo, queste short stories dove insetti e oggetti diventano simboli che danno una nuova chiave di lettura del quotidiano, mostrano l’autrice mentre affronta le situazioni più disparate: dai teneri ricordi d’infanzia alla magia del quotidiano, fino ad arrivare alle inquietudini dei sogni più assurdi. L’unica costante è lo stile grafico squisitamente sperimentale, con tavole ricchissime di dettagli e un’inchiostrazione netta, fatta di chiaro-scuri e pochissimi retini.

La fidanzata di Minami (di Uchida Shungiku)
Una coppia va in crisi quando, inspiegabilmente, la fidanzata del protagonista si ritrova rimpicciolita nel corpo di una bambola. Come affronteranno la situazione i due giovani? Pubblicata sulle pagine di Garo, rivista che più di tutte ha insegnato, ai lettori giapponesi, a guardare al di là del genere, La fidanzata di Minami rappresenta una necessità editoriale, perché spiega ai lettori italiani (e giapponesi, in primis) che persino su Garo si può parlare d’amore, purché in toni non convenzionali. Dall’audace scrittrice di Father Fucker, una perla rimasta colpevolmente inedita per troppo tempo.

La dote della sposa (di Kondo Yoko)
Tra sogni premonitori, villaggi nascosti e spiriti del bosco, le storie contenute ne La dote della sposa hanno il sapore delle fiabe folkloristiche, firmate da un’autrice versatile, elegante e sofisticata che sa rendere il fumetto un’esperienza squisitamente letteraria, tanto da ricordare i romanzi di Kawabata e i racconti di Su Tong. Indicato a chi apprezza il folklore e in particolare la letteratura giapponese.

Utsubora (di Nakamura Asumiko)
Estremamente nota nel campo del Boys’ love, Nakamura Asumiko dà prova delle sue magistrali abilità di story-teller in questo capolavoro in due volumi, in cui, attorno al caso di un possibile plagio letterario, si dipana una storia intessuta di mistero, tensione e sensualità. Un thriller che ameranno in particolare gli appassionati del cinema di Kurosawa Kiyoshi.

Stop!! Hibari-kun! (di Eguchi Hisashi)
Brillante, iconica, divertente, dissacrante, ricca di citazioni colte e popolari, arriva in Italia la commedia anni Ottanta più travolgente del Giappone, che gioca sulla transessualità di un(a) protagonista, Hibari, che vive bene il suo sentirsi donna. Come ama ricordare il curatore Livio Tallini, Eguchi non intendeva portare su Shonen Jump (la rivista manga più celebre al mondo) niente più che una commedia brillante, divertente e sopra le righe, a mo’ di sfottò verso i cliché tanto in voga negli anni ’80. Eppure, tra quelle pagine scanzonate, il messaggio era talmente forte da sovrastare qualsiasi linea umoristica. Hibari, personaggio forte, trasparente e ironico, vive la sua vita con leggerezza senza nascondersi mai, regalando uno scanzonato inno alla libertà, che porta in tavola tematiche serie, quanto mai attuali.

L’orecchio non dimentica (di Moriizumi Takehito)
Non solo autrici ma anche autori che parlano di donne a 360°: Moriizumi, vero poeta grafico, con questa sua opera d’esordio si rivolge tanto agli appassionati di manga all’avanguardia, quanto agli amanti di artisti francesi come Guibert e Baudoin. Un viaggio in India, cibi piccanti, voci incomprensibili, un amore nato e finito per caso. Una proposta di matrimonio, ombre cinesi, traslochi e lo scorrere inesorabile del tempo. Eppure, l’orecchio non dimentica. Storie e frammenti di memorie lontane, di uomini e donne comuni, si susseguono in questa raccolta di racconti nostalgici, disegnati con una tecnica speciale, caratteristica dell’autore, che consiste nel mischiare dell’acqua all‘inchiostro, esteso con delle bacchette, invece del più comune pennello.

La musica di Marie (di Furuya Usumaru)
Sebbene di Furuya, nel corso degli ultimi quindici anni, siano state tradotte numerosissime opere, è incomprensibile che una tale epopea fantasy, dai toni steam-punk, fosse rimasta inedita. La collana Doku di Coconino colma questa ingiustificata lacuna editoriale, presentando ai lettori un’opera filosofica e stravolgente, che parla di fede, creazione e progresso scientifico, firmata da uno degli autori più versatili della scena giapponese.

Palepoli (di Furuya Usumaru)
A riprova della versatilità di Furuya, Coconino dà in pasto al pubblico italiano una intelligentissima raccolta di tavole pubblicate su Garo (e in parte anche su Comic Cue, rivista fondata da Eguchi, autore di Stop!! Hibari-kun!) dove ogni singola pagina finisce per comporre un quadro che, tra parodie e lampi di vero genio, trasforma il fumetto in uno dei più potenti mezzi espressivi che esistano. Un’opera d’arte, immancabile per ogni vero amante del Fumetto con la F maiuscola.

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Sunny Sunny Ann (di Miyamoto Miki)
L’ultimo tassello del variegato puzzle che compone Doku è, come sempre, un’incantevole esperienza visiva, realizzata da un’autrice tremendamente brava. Un inno alla libertà delle donne e, al contempo, una forte riflessione sul ruolo femminile nella società di oggi, che assume i tratti di un road movie, trainato da una protagonista hippie, che persegue il suo personale stile di vita in giro per il mondo.

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