Golem, androidi, robot e cyborg. Seconda parte

Terminator, James Cameron, 1984

Per una storia del vocabolario fantascientifico, seconda parte

Se i robot di Karel Čapek e compagni, così come gli androidi da sant’Alberto Magno a Blade Runner e oltre, sono comunque esseri di una natura distinta da quella umana, il discorso si complica ulteriormente nel caso dei cyborg: parola che, come riporta il Lessico del XXI secolo curato dall’Enciclopedia Treccani, indica un “organismo cibernetico costituito da parti artificiali (protesi meccaniche, innesti biochimici, modificazioni con parti elettroniche) innestate su corpo umano”, “un essere al confine tra l’umano e l’artificiale” reso possibile da un meccanismo di feedback, che permette alla protesi di comunicare e interagire con l’organismo.

Il termine cyborg nasce per contrazione da cybernetic organism, e venne utilizzato per la prima volta in uno studio scientifico datato 1960 e intitolato Cyborgs in Space: i due autori, un neurofisiologo e un medico, affermavano che il corpo umano è per natura inadatto all’esplorazione del cosmo, e che sarebbe stato opportuno dotare gli astronauti di tecnologie impiantante nel loro stesso organismo per poter sopravvivere in maniera insufficiente in ambienti extraterrestri ostili alla vita umana. “Il cyborg, dunque, emerge come un fantasma della Guerra Fredda, un’intensificazione onirica degli ideali di efficienza, autonomia e dominio tecnologico del capitalismo americano”, concludeva Mark O’Connell nel suo Essere una macchina, e si apre a possibilità di risignificazione metaforica amplissime. Si tratta innegabilmente di figure liminari tra l’umano e una certa alterità tecnologica, al tempo stesso specchio dei tempi e pietra d’inciampo per ogni . Bastano a dimostrarlo i cyborg più noti del cinema della fantascienza: l’eponimo protagonista di Robocop, il T-800 schwarzneggeriano che attraversa gran parte della saga di Terminator, per non parlare di Darth Vader, grandioso villain della Trilogia originale di Star Wars destinato a una conversione filiale al termine dell’ultimo capitolo.

Di questi tre titoli, forse è proprio quello sul robot-poliziotto ad esprimere più a fondo le potenzialità esperienziali che la figura del cyborg, con la sua liminarietà, porta con sé, e può trasmettere agli spettatori quando è un protagonista e non un mero villain del film. Nel primo Robocop diretto da Paul Verhoeven (1987), l’agente di polizia Murphy (Peter Weller) cade vittima di un gruppo di criminali a cui stava dando la caccia, ma la sua unità lo salva in tempo e sostituisce parti del suo corpo con protesi meccanizzate, fino a trasformarlo nel primo robot poliziotto; non solo il suo corpo, ma anche il suo cervello viene modificato e ritoccato, impiantando alcune direttive inviolabili a cui il risorto Murphy, come i robot di Asimov, sembra destinato ad attenersi per sempre. Al di là degli innegabili cristologismi di cui è cosparso tutto il film, fino ad arrivare a una scena quasi parodistica in cui il cyborg “cammina sulle acque”, Robocop tenta, assecondando le particolarità dell’autorialità di Verhoeven, di tratteggiare una satira e al contempo anche una riflessione seria sul concetto politico di Ordine negli Stati Uniti, sui limiti della polizia e dello Stato di diritto, sulla corruzione della forza dell’ordine e altre tematiche analoghe: transitato ormai nel post-umano, sotto la sua corazza robotica e iper-tecnologica Murphy è infatti destinato a scoprire tutte le ipocrisie e i retroscena sordidi che caratterizzavano il suo reparto e in generale il dipartimento di polizia della sua futuristica Detroit, fino ad arrivare a uno stadio di consapevolezza in cui, così come in lui è indistinguibile la componente umana da quella robotica, allo stesso modo e per asintoto i capi criminali e gli alti funzionari della polizia arrivano ad equivalersi.

“Un robot non può recar danno a un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno. Un robot deve sempre obbedire agli ordini degli esseri umani, a meno che contrastino con la Prima Legge. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non contrasti con la Prima o la Seconda Legge”. Le tre leggi della robotica di Isaac Asimov – da lui fittiziamente attribuite alla cinquantaseiesima edizione di un Manuale di Robotica del 2058 d.C. – sono fin troppo note perché abbia importanza ricordarle, se non per aggiungere un’ulteriore scheggia di riflessione. Questa gerarchia di precetti e regole, una simile chiarezza e brevitas nell’enunciazione, nei racconti che compongono la raccolta Io, robot viene sminuzzata e applicata in un’infinità di casi particolari, a volte estremi, in cui le tre leggi e i loro corollari sembrano contraddirsi a vicenda.

Ecco, ciò che vorremmo suggerire, neanche a titolo di ipotesi ma a mo’ di suggestione, è che i racconti di Io, robot, con la loro etica euclidea, possano nascondere in filigrana le più attente trattazioni della morale cristiana. Da un lato, si potrebbe scomodare la teologia scolastica eternata da san Tommaso D’Aquino, che oltre ad ammazzare nelle leggende gli androidi nella storia della filosofia occidentale ha lasciato la Summa Theologiae, un capolavoro di pensiero rigoroso e quasi scientifico, seppur applicato alla questione meno scientifica che ci sia, quella della teologia morale. Dall’altro lato, proprio in virtù dell’estrema specificità delle situazioni che vengono scomodate nei racconti di Asimov – in uno un robot arriva a trovare un modo per lasciar morire e poi far resuscitare due umani, pur di risolvere un impasse tra i diversi comandi della sua programmazione – non sarebbe fuori luogo neanche scomodare la famigerata casistica gesuitica, arrivata al parossismo nel Seicento In questo caso non si può parlare di genealogia diretta, come poteva accadere con le influenze del golem cabalistico rispetto ai robot della moderna fantascienza: eppure, un certo sapore di correspondances resta ugualmente, e anzi si fa ancora più forte proprio in virtù dei sette secoli che separano l’esistenza di san Tommaso D’Aquino dal Novecento, il secolo della fantascienza. Forse è vero che il futuro insegue il passato. (Ludovico Cantisani)

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