Il quaderno di Radoslav

Il quaderno di Radoslav e altre storie della seconda guerra mondiale

Aleksandar Zograf

001 Edizioni, 19 euro, 160 pagine

“Considerando il fatto che, per via di qualche gioco cosmico, il quaderno era arrivato nelle mani di un disegnatore di fumetti, decisi di illustrare quelle memorie”. Sasha Rakezic, in arte Aleksandar Zograf, apre così la sua ultima pubblicazione Il quaderno di Radoslav e altre storie della II guerra mondiale, edizioni 001, un fumetto dove l’artista belgradese racconta gli anni bellici visti dalla Serbia, teatro di orrori nazisti e di una forte resistenza al Reich. L’autore è uno dei fumettisti più conosciuti dei Balcani, considerato uno dei padri del graphic journalism. Fu notato per la prima volta in Italia al Lucca Comics quando vinse un premio con il suo libro Lettere dalla Serbia edito da Puntozero, una raccolta di mail e fumetti nei quali Zograf raccontava la sua città, Belgrado, sotto i bombardamenti della Nato con quella punta di humor nero che lo contraddistingue. Il Quaderno di Radoslav, come le sue precedenti pubblicazioni, è un modo per raccontare al grande pubblico cosa vuol dire convivere con gli orrori della guerra e la distruzione che ne deriva.

Questo fumetto non è una storia, ma una storia di storie, di cui due più lunghe accompagnate da una miriade di piccoli racconti connessi tra loro da due punti cardine: la sincronicità – sono tutte storie di persone che vivono sotto l’occupazione nazista in Serbia – e la semplicità, si tratta di vite comuni. Piccoli eroi e grandi mostri si alternano in un libro imprevedibile. L’autore salta da una storia all’altra, lasciando al lettore il compito di trovare il filo d’Arianna che collega tutto, come se ogni racconto non fosse completamente indipendente. Le pagine sono piene di voci, di persone ed eventi che si concatenano in una sequenza eclettica ma mai caotica.

La prima storia è tratta da un quaderno scritto a mano da un uomo nel 1941 e trovato per caso dall’autore in un mercatino delle pulci, luogo che Zograf definisce allo stesso tempo “discarica dell’umanità” e “scrigno delle meraviglie”. Sfogliando il libro sembra quasi che il susseguirsi delle storie rispecchi la varietà degli oggetti sparsi sul tavolo di un mercatino.

Radoslav, il primo personaggio, è un giovane aspirante tipografo, povero ma testardo, che vive la sua vita con in sottofondo l’avanzata nazista. Un personaggio che ne rappresenta altri mille, che simboleggia un’intera città. La storia però si ferma di botto, senza nessun preavviso. Si susseguono all’improvviso altri personaggi ed eventi. Le storie di poeti trucidati nei campi di concentramento hitleriani si intrecciano ad articoli di giornale che raccontano notizie locali, e poi ancora storie di eroi perduti come Hilda Dajc, un’infermiera che partì volontaria nel campo concentramento di Sajmiste e finì ammazzata nelle camere a gas. 

Il libro si conclude con un testo scritto (e non illustrato) dove Zograf racconta di suo nonno, Petar Pavkov, che fu parte attiva della Resistenza al nazismo nel Banato, a Panacevo. Nonno Petar teneva una taverna insieme a sua moglie Spasenjia. Questo luogo, che l’autore conosce solo dai racconti ascoltati in famiglia, fu durante gli anni di occupazione un rifugio per dissidenti in fuga, partigiani e rifugiati di guerra. Un porto franco, dove l’esercito di Hitler non riuscì mai ad arrivare. L’autore non riuscirà a parlare di queste storie segrete e pericolose direttamente con suo nonno, morto quando il fumettista era giovane ma, scavando nel tempo e nei ricordi, ricostruisce per noi lettori il funzionamento, il contesto e l’essenza stessa della Resistenza.

Zograf è serbo, vive e lavora a Belgrado, poco lontano dalla sua regione natale, il Banato, che fu tra i primi territori a cadere sotto il giogo nazista. La Serbia conserva un triste primato, fu il primo paese a essere definito dal Reich come Judenfrei, “liberato dagli ebrei”. In ogni cittadina c’erano gruppetti che, lontani dagli occhi tedeschi, cospiravano in stanze segrete e si nascondevano nel profondo della foresta, che organizzavano carovane di viveri dirette ai campi di concentramento, attaccavano come potevano le milizie tedesche e aiutavano i dissidenti a nascondersi e svanire nel nulla. Il Banato è una regione di frontiera, oggi appartiene in parte alla Serbia, in parte alla Romania e all’Ungheria. Prima della seconda guerra mondiale vi convivevano tedeschi, slavi e altre nazionalità. Zograf narra la strage che segnò la fine di questa armonia e l’inizio della follia nazista: l’uccisione di trentasei persone prese a caso dalla popolazione serba e impiccate. Nel libro sono riportate le foto di questi massacri, la ragione apparente era l’uccisione da parte della popolazione serba di nove Voksdeutchen (abitanti tedeschi del Banato), ma la vera ragione fu la volontà di separare i campi ideologici una volta e per sempre.

La Storia che l’autore studiò sui banchi di scuola fu poi, con la fine della Jugoslavia, rimessa in cantiere, riscritta. Dietro la scelta di raccontarla in modo così umano e variegato, c’è probabilmente la volontà di sfuggire a una narrazione statica e senza contraddizioni, e cercarne una più reale. Complessa, ma reale.

Il Quaderno di Radoslav è al tempo stesso semplice da leggere e insostenibile. Se i capitoli brevi permettono al lettore indaffarato di interrompere la lettura e riprenderla a suo piacimento, alcune tavole raccontano delle verità così spaventose da obbligare chi legge a staccare un attimo – solo un attimo – gli occhi dalla carta per non esserne troppo ferito. Lautreamont scriveva nell’introduzione dei Canti di Maldoror: “Non è cosa buona che tutti leggano le pagine che seguiranno: solo alcuni ne sapranno gustare il frutto amaro senza pericolo. Ragion per cui, anima timida, prima d’avanzare oltre in simili lande inesplorate, dirigi indietro i tuoi talloni e non in avanti”. Quello dello scrittore francese è un consiglio da tenere in mente quando si sfogliano le pagine di questo libro. (Eva de Prosperis)

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