Lo stato delle cose

Miguel Angel Valdivia©

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 94-95 della rivista Gli Asini, e successivamente adattato per Le sabbie di Marte

Sembra una considerazione talmente trasversale da suonare pleonastica, ma se un lettore di fumetto che chiameremo per comodità Giorgio si risvegliasse d’improvviso catapultato dagli anni Novanta al giorno d’oggi si troverebbe in un mondo al limite dell’incomprensibile. Vista attraverso la lente d’ingrandimento di un presente che tutto schiaccia magari non fa particolare effetto, perché è fin troppo facile abituarsi allo status quo e dimenticare come ci si è arrivati, ma il panorama editoriale della narrativa disegnata ha subito – in particolar modo negli ultimi vent’anni – una trasformazione radicale e con ogni probabilità irreversibile.

Non è forse necessario snocciolare la complessa serie di rapporti causa effetto che ci ha portato dal lì allora al qui e ora, e non è certo questa la sede per un trattato sul sistema editoriale e la sua evoluzione, ma un semplice confronto tra il prima e il dopo è utile, credo, tanto per contestualizzare meglio dove siamo quanto per apprezzare la strada fatta. Che poi questa strada ci abbia concesso di progredire in avanti o ci abbia portato soltanto in un altrove non meglio definito è tutto da verificare, ma cercherò per quanto mi è possibile di non essere eccessivamente cinico.

Dopo l’era delle riviste, già in declino alla fine degli anni Ottanta e poi agonizzante per le due decadi successive fino a scomparire oggi quasi del tutto, gli anni Novanta hanno segnato una specie di spartiacque: un mondo intero – quello appunto delle riviste antologiche ma più in generale del fumetto da edicola – si avviava al viale del tramonto, ma nel frattempo il nuovo ancora non stava arrivando. Per “il nuovo”, cioè per il graphic novel come modello produttivo, editoriale ed estetico strutturato, sarebbe stato necessario attendere l’inizio del nuovo millennio e il lavoro sistematico degli editori del “periodo d’oro bolognese”. Da lì a poco eccoci qua, con un Giorgio tutto spaesato a vagare per gli scaffali della Feltrinelli, quella in centro storico con le vetrine che affacciano sulla piazza affollata: il fumetto, sotto la nuova etichetta merceologica “romanzo grafico”, ha sfondato le pareti della bolla nerd ed è entrato in pianta stabile nelle librerie di varia, nei giornali e negli inserti letterari dei quotidiani e più in generale nel discorso culturale (o di quel che ne rimane, visti i tempi che corrono). Ma soprattutto abbiamo assistito a un proliferare di editori e di progetti editoriali, una sorta di corsa all’oro, una vera e propria esplosione all’interno di un mercato editoriale capace di essere a un tempo asfittico e ipertrofico. Nel primo semestre del 2021, stando all’ultimo rapporto dell’Associazione Italiana Editori, il fumetto è il secondo settore per crescita (+214% rispetto all’anno precedente) di fatturato, dietro solo ai “libri sui giochi e tempo libero”.

Dico quindi “corsa all’oro” non a caso. Al di là dei discorsi sulla legittimità culturale data dall’accostamento fisico di fumetto e narrativa nelle librerie generaliste, da un punto di vista meramente economico è come se tutti si fossero d’improvviso accorti che c’era da un lato un pubblico vergine – o quasi – da colonizzare e dall’altro l’inedita possibilità di ampliare la propria proposta senza perdere la faccia. Cioè, rispettivamente, gli editori specializzati in fumetto hanno potuto raggiungere il lettore e la lettrice occasionale, mentre case editrici più tradizionali hanno colto l’occasione – spesso con risultati deleteri – di mettere un piedino nel neonato scaffale in rapida espansione dedicato al graphic novel. D’altro canto, in un circolo speculativo tipico della mala struttura distributiva libraria, la maggior attenzione ha portato a una maggior offerta, che ha portato a un maggior fatturato e quindi a un aumento della produzione, che a sua volta ha generato altra attenzione e via discorrendo… Oggigiorno pare che chiunque abbia la possibilità di farlo stia cercando di includere almeno qualche titolo disegnato nel proprio catalogo, seguendo l’approccio, ben rodato dai grandi gruppi editoriali, “differenzia et impera”. Un approccio quasi imposto da sottintese regole di mercato. A farne le spese sono state ovviamente l’editoria di progetto e, nel caso specifico, il fumetto stesso, ora mosso per la maggior parte dagli interessi economici di attori la cui competenza nel settore troppo spesso non supera il dilettantismo. Ma tant’è.

Nel frattempo la critica non tiene il passo, un po’ perché la mole è semplicemente troppa e un po’ per sudditanza, per quel senso di inferiorità tipico di chi si trova d’improvviso a giocare coi bambini più grandi.

Orientarsi in questo panorama è tutt’altro che facile sia per Giorgio, abituato com’era ad andare in edicola una volta a settimana e in fumetteria una volta al mese, quanto per la sua amica Carla che invece si è imbattuta nel fumetto solo di recente proprio a seguito di questo vento di novità che, tra le altre cose, ha sfondato un vecchio preconcetto che voleva i la lettura del fumetto un’attività prevalentemente maschile. Nel frattempo la critica non tiene il passo, un po’ perché la mole è semplicemente troppa e un po’ per sudditanza, per quel senso di inferiorità tipico di chi si trova d’improvviso a giocare coi bambini più grandi. Tentare di tracciare un ritratto organico della situazione attuale è altrettanto difficile: l’esplosione è stata semplicemente troppo rapida e indirezionata, il cambiamento troppo grande, perché potesse avere i connotati di un moto coerente.

Mancanza di progettualità: prima fare poi capire. Se è vero che il graphic novel ha avuto un effetto, almeno di riflesso, in termini di legittimità culturale, è soprattutto vero che ha evidenziato l’esistenza di uno spazio inedito entro cui muoversi: l’editore di fumetti ha visto quello spazio come la possibilità di ampliare il proprio pubblico, l’editore di narrativa come la possibilità di vendere al proprio pubblico anche qualcos’altro. Entrambi non si sono lasciati sfuggire l’occasione e, soprattutto quelle realtà che si sono affacciate al fumetto solo dopo questa transizione, l’hanno fatto senza pensarci troppo. Collane, progetti editoriali e case editrici spuntano come funghi, quasi sempre senza un’identità precisa né con un’idea chiara di cosa si stia cercando di ottenere. Così, se la crescita esponenziale della proposta è di certo un bene, l’effetto primario non è stato quello di una moltiplicazione di possibilità ma di un amplificato rumore di fondo, di una sovrastimolazione fuori controllo.

Senza alcuna velleità di completezza, e anzi con la consapevolezza di star dando una visione del fenomeno tagliata con l’accetta, direi che i minimi termini entro cui si può caratterizzare l’attuale condizione del graphic novel sono tutti riconducibili all’interiorizzazione quasi acritica delle dinamiche traballanti dell’editoria tradizionale, riassumibili in: sovrapproduzione e utilitarismo.

Sovrapproduzione: il mercato del libro in generale, e quello del fumetto in particolare, produce troppo.

Con il tanto ciarlare dell’Italia come Paese di non-lettori, fa impressione leggere nel rapporto dell’AIE citato sopra che le novità librarie prodotte nel primo semestre del 2021 ammontano al numero strabiliante di 30219 titoli. Ridiciamolo, ma lentamente: trentamiladuecentodiciannove. Sono le regole del gioco e per stare nella distribuzione organizzata bisogna tenere il ritmo, occupare spazio scaffale, giocare sugli anticipi ipotecando guadagni virtuali per coprire i costi reali dell’invenduto. Tutto questo ha un costo, soprattutto in termini qualitativi: quando l’importante è quanto si produce, e non cosa si produce, si innesca un rapporto di causalità autoevidente. C’è poca visione culturale e tanta risposta immediata a un bisogno indotto: “I fumetti sono la cosa del momento. Vuoi i fumetti? Eccoti i fumetti”. Mai come ora si è resa evidente la lontananza tra quell’idea romantica che vorrebbe l’editoria come attività culturale – o perlomeno culturale in primo luogo – e la realtà dei fatti che il capitalismo vince sempre. L’obiettivo è produrre per poter vendere e vendere a prescindere da cosa si vende. Che poi ci si riesca, a vendere, è tutto da verificare.

I dati sulle abitudini di lettura (o assenza delle stesse) degli italiani parlano abbastanza chiaro, quelli sulla salute economica del settore – prodotti perlopiù dal settore stesso, e quindi posizionati spesso in quel confine sottile che separa lamentela e rassicurazione – andrebbero invece ricontestualizzati, almeno parzialmente. Il fatturato aumenta, è vero, ma con un drogaggio costante che prende tra le tante possibili la forma di iniezione di denaro pubblico. Iniezione nobile, a mio avviso, che per esempio con i decreti Franceschini utilizza le biblioteche come intermediari, ma non così ovviamente classificabile come investimento culturale invece che come pezza temporanea per tamponare un sistema al collasso. Ma lasciamo da parte i dati e le considerazioni che (con legittimità) potrebbero generare e guardiamo invece a cosa si pubblica, a perché lo si pubblica e a cosa questo ci dice dell’idea che abbiamo di fumetto, oggi. Perché se da un lato il graphic novel ha interiorizzato la sovrapproduzione come stortura inevitabile del mercato editoriale, dall’altro ha interiorizzato da quello stesso mercato anche un’idea sbagliata di lettura quanto ad approccio culturale (e chiave di marketing).

Mai come ora si è resa evidente la lontananza tra quell’idea romantica che vorrebbe l’editoria come attività culturale – o perlomeno culturale in primo luogo – e la realtà dei fatti che il capitalismo vince sempre.

Utilitarismo: perché un libro deve servire a qualcosa, altrimenti che lo leggi a fare? 

Al pari degli ipertrofici volumi di produzione, anche questa visione utilitaristica della lettura non è caratteristica propria del fumetto da libreria ma anzi una malattia trasversale del sistema culturale tutto. Ma, quando declinata sul graphic novel, è una tendenza che assume connotati sinistri perché cozza con la vulgata che vorrebbe il fumetto finalmente giunto a maturità commerciale e culturale. I casi sono due: o siamo ancora molto lontani, oppure vagliamo come maturità il raggiungimento di un sistema – quello di una narrativa che sempre meno è letteratura – che sta via via mostrando i suoi limiti in termini di portata culturale, impatto sull’immaginario e stabilità economica.

La piaga dei libri a tema e dei bignamini mascherati da romanzi è fenomeno ben noto, ma nel caso del fumetto si colora di sfumature tutte particolari, spesso riconducibili all’idea che la narrazione disegnata non sia degna di per sé ma solo condizionalmente al suo essere ponte verso ciò che davvero è considerato cultura. E quindi ecco il proliferare di riduzioni dei classici della letteratura, di biografismo spicciolo, di fenomeni da baraccone pescati dal web da editori senza scrupoli o senza competenze e più in generale di tutti quei titoli che guardano al messaggio trascurando il dato estetico-formale. Insomma, libri usa e getta che poggiano la loro vendibilità sul generale analfabetismo al linguaggio di un pubblico al quale nel corso degli anni è stato insegnato che leggere non è importante, è utile.

Perfino i migliori scivolano, mi auguro con buone intenzioni, in questa trappola. E come biasimarli? Come prendersela con Adelphi per l’offensiva versione a fumetti de La lotteria di Shirley Jackson o con Atlantide per l’inutile Unfollow? Loro i fumetti non li hanno fatti mai, ci sta che prendano delle cantonate. E come prendersela con gli editori di graphic novel che si lanciano nelle biografie dei pittori o nei classici della letteratura rielaborati alla buona in una manciata di disegni posticci? A loro l’ha insegnato la narrativa che uno strillone “l’amore ai tempi di Whatsapp” funziona più di tutta l’arte del mondo. Ché con quella mica ci vinci i premi. Ci raccontiamo con insistenza che il fumetto è ormai sdoganato, ma lo fosse davvero forse alcuni libri non vedrebbero la luce della pubblicazione. Però ehi, almeno è arrivato ad avere gli stessi problemi dei libri veri. È già qualcosa.

Per cui eccoci qua, vent’anni dopo l’affermazione del graphic novel, a cercare un modo per raccapezzarcisi, di mettere ordine nel caos di una produzione ipertrofica, spesso di qualità discutibile e con un’attitudine utilitaristica che tradisce una generale scarsa dimestichezza con il linguaggio. Giorgio, ancora un po’ in jet lag per il suo salto trentennale, sarà contento di vederne così tanti di fumetti. E di vederli entrare nelle librerie, nelle scuole e nelle biblioteche. Magari sarà un po’ preoccupato nel saggiare cosa effettivamente entra in questi luoghi della cultura, e si chiederà perché ancora siamo fermi all’idea già vecchia ai tempi suoi che il fumetto per essere accettato debba essere anche altro. Carla, dal canto suo, sarà interessata dal fenomeno ma si chiederà come orientarsi, come distinguere ciò che è buono da ciò che non lo è. Troverà una sua risposta oppure ascolterà un’editoria di rincorsa lasciandosi trascinare dal caso mediatico del momento o dalla fascetta di turno che le promette che imparerà qualcosa d’utile (in meno tempo di quello che avrebbe impiegato a leggere un libro! Great success!). Speriamo che entrambi rimangano lettori abbastanza a lungo per vedere quest’esplosione sedimentare e consolidarsi o sgonfiarsi come promessa mancata. (Matteo Gaspari)

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