Mangiare le figure: cibo e fumetto, capitolo III

©Hungry Henrietta

(Il testo che segue è il terzo dei cinque paragrafi della voce “Fumetto” originariamente redatta per il quarto e ultimo volume dell’opera enciclopedica Cultura del cibo, diretta da Massimo Montanari, Françoise Sabban e Alberto Capatti per Utet Grandi Opere, 2015).

TRE. Dove si mangia il mondo o se ne viene mangiati

Il fumetto – che nel corso della sua storia ha dovuto a lungo subire gli attacchi di educatori e psicologi – si è raramente prestato a descrivere l’infanzia come il tempo idilliaco della felicità e dell’innocenza. L’ha raccontata piuttosto come il campo di battaglia tra l’ordine e il disordine oppure il territorio liminare della scoperta, uno spazio tanto esaltante quanto minaccioso. Da una parte il libero uso della fantasia, dall’altra la “realtà”, la necessità e la macchina sociale: i bambini dei fumetti si muovono, e lottano, su questa linea di confine. 

Qui si gioca l’esaltata, dionisiaca rivolta dei tanti eredi di Max e Moritz, la rivolta del divertimento e della distruzione. E qui l’immaginazione apre effimere, ma abbaglianti, crepe sulla superficie del reale: sono gli altrove onirici, gli universi fantastici che hanno le loro proprie e mutevoli leggi. Per i bambini terribili come per i sognatori, il cibo è la porta e l’emissario del mondo, ovvero ciò con cui devono confrontarsi o da cui vogliono fuggire. 

Winsor McCay, uno dei padri del fumetto moderno, ha creato l’esempio più alto di bambino sognatore in Little Nemo in Slumberland(7), tutto ambientato nel sonno agitato e ipertrofico del protagonista. Nella tavola dell’8 novembre 1908 Nemo, insieme all’arrogante Flip e al selvaggio Imp, si introduce in una pasticceria gigantesca, dove però i dolciumi scompaiono uno ad uno sotto i loro occhi. Dalla pienezza del cibo disegnato si passa progressivamente al vuoto assoluto, fino a quando la vignetta collassa su se stessa, rischiando di stritolare – masticare? – il bambino che, come ogni volta, si sveglia appena in tempo. Di fronte al fin troppo ricettivo Nemo, il cibo seduce ma sfugge perché si rivela, prima ancora che solo un sogno, un disegno. È il tema principale di questo fumetto: l’impossibile controllo del desiderio e la rivolta dell’oggetto desiderato contro il desiderante. Ed è un tema che il cibo si presta agevolmente a rappresentare: Nemo minacciato dalle versioni ciclopiche degli animali mangiati durante la cena del Ringraziamento, Nemo affamato che divora le lettere che compongono la testata del fumetto fino a diventare tondo come un pallone, oppure che ingrassa a tal punto da sfondare, piano per piano, l’intero palazzo. 

Dolci che scompaiono (Winsor McCay, Little Nemo in Slumberland, 1908)

In una serie precedente, Dream of a Rarebit Fiend(8), gli incubi vertiginosi e rivelatori sono immancabilmente attribuiti dai personaggi a una particolare varietà di crostino al formaggio, il welsh rarebit. In questo caso il cibo è l’ironico capro espiatorio con cui i sognatori, sempre adulti, coprono insicurezze, paure e sensi di colpa. Ma l’attenzione con cui McCay ha esplorato i poteri e i significati del cibo trova forse la più compiuta espressione in una serie minore e durata appena sei mesi, dall’8 gennaio al 16 luglio del 1905: Hungry Henrietta(9).

In ventisette strisce l’autore documenta i primi sei anni di vita di una bambina, con una misura, nel segno e nelle situazioni, che esalta una singolare empatia e smorza gli accenti fantastici che gli sono propri. È la storia di un disagio infantile e di una malinconica ribellione, di una carenza di affetto che si trasforma in disturbo alimentare. Nel primo episodio, una ricca famiglia middle-class ha portato la spaesata bimba di tre mesi in uno studio fotografico, provocandone il pianto disperato.

La consolazione di Henrietta (Winsor McCay, The Story of Hungry Henrietta, 1905).

Nelle storie seguenti, Henrietta assiste alla messa in scena dei rituali borghesi e ne viene inesorabilmente coinvolta, sempre circondata dal chiacchiericcio degli adulti e chiusa in un ostinato silenzio. Piange, ma il padre, la madre e i nonni, per quanto preoccupati, sembrano del tutto incapaci di capirne le ragioni, e la loro agitazione non fa che aumentare l’angoscia della bambina. Solo mangiando Henrietta si placa, e alla fine di ogni episodio la vediamo di norma portare qualcosa alla bocca, mentre le ultime lacrime scendono lungo la guancia.

«Oh! Il tuo cappello è così dolce!» (Winsor McCay, The Story of Hungry Henrietta, 1905).

Passano i mesi e gli anni e la fame è ormai compulsiva: la bambina mangia di nascosto un intero secchio di gelato, le ciliegie che decorano il cappello della madre, divora un campo di cipolle, rischia la vita rubando il miele da un alveare. Non piange più, rimane seria e l’ultima, stretta vignetta la mostra sempre sola, silenziosa nel suo contegno. Compresa quella quella dell’episodio finale in cui, approfittando della distrazione dei famigliari presi a guardare un lago, divora tutte le provviste del pic nic e si addormenta sotto un grande albero. Il cibo come consolazione, l’eccesso di cibo come compensazione, o come inascoltata rivendicazione della propria umanità. La fame di Henrietta è il fantasma di un bisogno autentico che si aggira negli eleganti interni borghesi messi in ridicolo, con maggiore eleganza, dal disegno di Winsor McCay. 

L’assimilazione del mondo attraverso il cibo è molto più che una metafora: è una realtà incontrovertibile che si carica di significato simbolico, perennemente attivo perché ricaricato giorno per giorno dalla vita quotidiana. Ma se per Henrietta mangiare è l’unico contatto accettabile con il mondo che la circonda, può anche verificarsi il caso contrario, quello del rifiuto del cibo come presa di distanza dal mondo. 

Se solo in tempi recenti il fumetto ha affrontato in maniera diretta il tema dell’anoressia (come in Lucille di Philippe Debeurme, visionaria analisi dell’angoscia adolescenziale), il rapporto conflittuale con il cibo, o con qualche specifico piatto, è abbastanza ricorrente. Caso emblematico è il violento, indomabile rifiuto di Mafalda(10) per la minestra, apparente crepa nella razionalità di un personaggio che ha finito per incarnare l’archetipo della bambina saggia. All’interno dell’etica, chiaramente definita, della striscia del disegnatore argentino Quino, si materializza quello che potremmo chiamare un disgusto ideologico che, se pure nasce nell’organo di senso, cresce e si radicalizza a causa dell’imposizione (familiare, dunque sociale). Mafalda contesta, e il cibo diventa uno dei simboli, solo caricato di più viscerale evidenza, della sua contestazione. 

Per trovare un esempio più complesso e tormentato dobbiamo arrivare a quella che per molti è l’ultima delle grandi strisce quotidiane: Calvin & Hobbes(11), scritta e disegnata da Bill Watterson dal 1985 al 1995. Calvin è un bambino che vive in precario equilibrio su quella soglia tra mondo reale e fantasia di cui abbiamo già fatto menzione. La sua vita di ogni giorno si trova così a prendere la struttura tanto della fuga, ostinatamente perseguita ma sempre interrotta, quanto della rivolta, costretta nei limiti delle relazioni sociali e affettive. Il disegno di Watterson raccoglie tutta questa inquietudine nei fremiti della sua linea. I suoi, per lo più magri, personaggi sono in perenne agitazione, con la fisionomia del volto sempre elastica, iper espressiva e in tensione, agli antipodi della pensosa rotondità dei Peanuts. L’esistenza di Calvin è lo strenuo tentativo di trasformare il mondo in accordo alle leggi della sua immaginazione, una battaglia dove il gioco confina con la psicosi, il corpo è in uno stato di continua mutazione e il cibo la più perniciosa delle minacce. 

Giocare con il cibo è allora fare guerra al cibo, o meglio, rispondere all’aggressione. L’arma del protagonista è la trasfigurazione degli alimenti, e in questo rientrano sia la passione per i prodotti artefatti, ad esempio i cereali al cioccolato ricoperti di zucchero glassato e poi ancora immersi nello zucchero, che le descrizioni orripilanti (vermi, rifiuti tossici, muco, occhi…) con cui decostruisce e reinventa quello che si trova nel piatto o nel cestino della merenda. Ma la principale linea del fronte è la tavola domestica, soprattutto quando la madre propone al figlio la temuta poltiglia verde (probabilmente fiocchi d’avena). Qui il cibo si rivela in tutta la sua natura aliena e aggressiva: assume forme vagamente antropomorfe, attacca, impugna il coltello e duella con il bambino oppure, infilzato con la forchetta, recita il monologo di Amleto di fronte ai suoi occhi sbigottiti. In una striscia, Calvin immagina che l’informe creatura verde che continua a presentarsi sulla sua tavola sia stata creata dai suoi genitori per liberarsi di lui, e ne viene divorato. La sarcastica morale di Max e Moritz diventa qui sintomo angoscioso, ma dall’esito ambivalente e incerto: Calvin viene assimilato dal cibo/mostro, ma nello stesso tempo lo assimila al proprio mondo mentale.

Divorato dai fiocchi d’avena (Bill Watterson, Calvin & Hobbes, 1985-1995) 

Nel perimetro tracciato dagli estremi esaminati finora, si può guardare al rapporto del cibo con il fumetto come a una parte fondamentale del rapporto del fumetto con il corpo, rappresentato e raccontato da una disciplina artistica che ha dovuto risolvere volta per volta – e sostanzialmente senza supporto teorico – il problema inesauribile del realismo. (Alessio Trabacchini)

Prossimo episodio: Fagioli alla Rorschach ovvero rinegoziare il realismo


NOTE:

7 Winsor McCay, Little Nemo in Slumberland, tavole domenicali pubblicate dal 15 ottobre 1905 al 23 luglio 1911 su «The New York Herald». La serie si sarebbe poi spostata sul «The New York American» (18 luglio 1911 – 26 luglio 1914), per tornare infine all’«Herald» dal 3 agosto 1921 al 26 dicembre 1926). La più recente riedizione è quella edita da Taschen nel 2014 col titolo The Complete Little Nemo.

8 Winsor McCay (con lo pseudonimo di Silas), Dream of a Rarebit Fiend, pubblicato su «The New York Evening Telegram» dal 10 settembre 1904 al 25 giugno 1911.Segnaliamo la più recente raccolta in lingua italiana: Dream of a Rarebit Fiend, Free Books, Città di Castello (PG), 2007.

9 Winsor McCay, The Story of Hungry Henrietta, pubblicato su «The New York Herald» dall’8 gennaio al 16 luglio 1905. Ristampato in Little Sammy Sneeze, Sunday Press, Palo Alto, 2007.

10 Quino (Joaquín Lavado ), Mafalda, striscia pubblicata inizialmente sul quotidiano di Buenos Aires «El Mundo» dal 29 settembre 1964 e poi distribuita in tutta l’America Latina e in Europa fino al 25 giugno 1973. Ed. it Mafalda. Tuute le strisce, Magazzini Salani, Modena, 2013

11 Bill Watterson, Calvin & Hobbes, striscia pubblicata su diversi quotidiani statunitensi dal 18 novembre 1985 al 31 dicembre 1995.  Ed. it The complete Calvin & Hobbes, 10 voll. Franco Cosimo Panini, Modena, 2012-2013

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