Blak Saagan, Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo

Blak Saagan

Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo

2021, Maple Death Records 

Pubblicato circa un anno fa da Maple Death, Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo del musicista Blak Saagan (nome d’arte di Samuele Gottardello) resta, ad oggi, tra i lavori più interessanti di elettronica realizzati in Italia in questi ultimi anni, e merita di essere segnalato, anche a distanza di tempo, mentre altrove si grida al miracolo, con troppa facilità, per dischi di non gran conto. L’album presenta le emozioni, più che la personale interpretazione della storia, che l’artista veneziano ha vissuto in prima persona durante l’accurato studio del materiale preparatorio del disco, incentrato sul rapimento del 1978 dell’ex premier Aldo Moro da parte dei terroristi delle Brigate Rosse. 

I titoli dei tredici brani si riferiscono infatti alle vicende intercorse dal giorno del rapimento del presidente della Democrazia Cristiana a quello del ritrovamento del suo corpo nel bagagliaio di una Renault 4 in Via delle Botteghe Oscure a Roma: in tutto, cinquantaquattro giorni di reclusione; in tutto, settantaquattro minuti di ossessioni sonore. Il titolo dell’album, in particolare, riprende una frase contenuta nell’ultima lettera che Moro inviò alla moglie, tristemente famosa per la sua intensità: 

Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.

Il concept, in doppio vinile impreziosito dall’artwork di Zona Luce, presenta una sorta di testo introduttivo del sociologo e attivista veneto Gianfranco Bettin, incontrato da Gottardello mentre stava lavorando a un documentario sui cento anni di Porto Marghera: il breve contributo, senza essere un saggio storico o politico, aiuta l’ascoltatore a contestualizzare il lavoro di Blak Saagan e ad entrare in contatto con la vicenda Moro, lasciandolo al contempo libero di costruirsi il percorso che preferisce e di vivere il proprio immaginario. 

L’accurata indagine che ha portato al disco ha visto Gottardello studiare il caso Moro nelle sue molteplici sfaccettature, dai decenni che l’hanno preceduto a quelli seguenti, affrontando Guerra fredda e Anni di piombo, approccio giudiziario puramente vendicativo e sporadici tentativi di giustizia riparativa. Un’accuratezza trapassata poi nella creazione musicale – ed è questo il vero merito che va ascritto a Blak Saagan –, animata da un forte desiderio di conoscenza tecnica ed emozionale. I dati storici si fondono infatti con quelli musicali: il 1978 non è solo l’anno dell’affaire Moro, ma anche un momento cardine per generi come il kraut e il post-punk che, in qualche modo, risuonano nel lavoro, insieme ad approcci che – sfruttando una strumentazione prettamente analogica, costituita da organi Farfisa, drum machine e sintetizzatori moog – si muovono tra library music e colonne sonore di film polizieschi, musica drone e psichedelia cosmic. A differenza del precedente concept, A Personal Voyage (2017) – basato sugli studi del cosmo svolti dal divulgatore scientifico statunitense Carl Edward Sagan – le pagine elettroniche di Gottardello fanno qui della maggiore versatilità stilistica una sorta di cardine: le progressioni strutturali risultano, così, più ricche e cangianti rispetto a quelle del passato, che insistevano su sovrapposizioni non sviluppate in forme composite.

Il conflitto che animava gli Anni Settanta – un conflitto che era dentro il popolo e dentro lo Stato -, attraverso strade a volte tortuose, altre oscure, a volte oblique, altre intricate, emerge dalle livide atmosfere di Saltano le pecorelle, L’uomo incappucciato, Aperitivo al Bar Olivetti, E lo Spettro disse Gradoli, fino all’acme materica, vibrante e ossessiva di Scuola Hyperion. Il tragico epilogo a cui il rapimento conduce, senza che vi sia una possibile via di scampo, perché tutto converge verso la morte (l’opposizione tra il pensiero di Moro e quello dello Stato nella sua versione che vuole lo statista morto, o quella tra le Br e l’altra versione dello Stato, quella che anela, con poca fiducia, a una speranza estrema), è scandito dal cuore pulsante del disco – Ore 9 – Attacco al cuore dello stato, Achtung Achtung, Dentro la prigione del Popolo –, fino all’epilogo del lavoro, Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo, ultima traccia del disco, in cui un barlume di tenerezza sembra evocare le parole di Moro ai suoi familiari.  

Come ha scritto Bettin in chiusura delle note di copertina, 

Nella luce che verrà, che forse troveremo o forse no, possiamo solo sperare. Della musica che il dramma e l’avventura, con il compositore, creano possiamo godere – come un gesto di amore alla vita, come un atto di resistenza – qui e ora sempre.

(Simone Caputo)

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