Il Nido- Intervista a Marco Galli

Miguel Angel Valdivia conversa con Marco Galli in occasione dell’uscita del suo nuovo fumetto.

Miguel Angel Valdivia: Il tuo nuovo lavoro appena pubblicato per Coconino Press, è un lavoro che suscita inevitabilmente una serie di domande. E cercherò di porle tutte, anche quelle più “scomode”. Ma per prima cosa vorrei iniziare dal principio: come nasce l’idea di questo libro?

Marco Galli Nasce da un documentario su Hitler e il nazismo, visto in televisione durante il periodo di convalescenza, era il 2017. La particolarità di quel documentario mi aveva colpito, trattava di aneddoti personali sul dittatore che ebbero un forte impatto sulle sorti della guerra, mi sembrò una strada poco battuta per raccontare la figura più raccontata, credo, della storia intera. In più, con un personaggio tragico, simbolo del male assoluto, come Hitler, potevo ragionare, in generale, sul “essere” umano.

Il tuo desiderio non è quello, almeno non esclusivamente, di fare un fumetto storico. Ma è evidente che tu ti sia ben documentato. Che tipo di materiale hai usato per ricostruire il contesto storico del libro?

Non ho mai voluto fare un fumetto storico in senso didattico, ma se ambienti il racconto in un periodo preciso, con personaggi realmente esistiti, una certa aderenza alla “realtà” ci deve essere, poi si può giocare con la fantasia, se si vuole; nel mio caso ho immaginato quello che potrebbe essere accaduto tra quelle mura. La mia ricerca è avvenuta, banalmente, sul web, recuperando le notizie storiche più “fredde possibili”, evitando come la peste interpretazioni autoriali che fossero cinematografiche, letterarie, fumettistiche o teatrali: non volevo nessun tipo di influenza.

Al giorno d’oggi ci sono saggi, documentari e romanzi che cercano di raccontare chi era Hitler. Io lessi anni fa un romanzo molto potente e disturbante intitolato “Il castello nella foresta” di Norman Mailer che racconta, in modo romanzato, l’infanzia del futuro dittatore e del suo rapporto con i genitori. Come hai lavorato tu (e che cosa hai letto) per affrontare questo personaggio?

Come ti dicevo sopra, ho evitato la visione di “altre voci” sull’argomento, però quel libro, anni fa, lo lessi anche io e la scena nel mio fumetto di Hitler bambino nei boschi, viene da lì. Il libro di Mailer parte da un assunto opposto al mio: lui teorizza una forza demoniaca dietro al dittatore che verrà, io racconto la banalità del male umano (frase non scritta a caso), che mi pare, personalmente, ancora più terribile, non avendo scusanti metafisiche.

L’Hitler del tuo fumetto è un personaggio che ha anche un lato buffo, un lato parodico e ridicolo. In questi momenti il lettore potrebbe sorridere e dimenticare, seppur brevemente, il mostro che ha davanti. Penso a quando imita Charlot dopo aver visionato “Il grande dittatore”. Penso a quando vuole dire la sua sulla musica swing e lo fa urlando per ore (come faceva nei comizi) e come risultato addormenta coloro che lo ascoltano. Penso a quando passeggia nella foresta e sembra fragile e vulnerabile quanto il cervo che incrocia (entrambi però alla mercé del mirino del cacciatore). Penso a quando parla, con nostalgia (e forse rimpianto) della sua infanzia. Credo sia molto difficile trattare un personaggio con umorismo senza, in un modo o nell’altro, umanizzarlo. Ma qui parliamo di Hitler, non di un personaggio qualunque. Cosa mi sai dire su questo punto, che a mio avviso, è il più delicato?

Hitler aveva un lato umano! Come chiunque, e rideva, scherzava, giocava con i bambini, amava gli animali, soprattutto i suoi cani. Ecco, io credo invece che allontanare il “lato umano” dai personaggi malvagi sia un rischio molto grosso, li si cristallizza in qualcosa che A NOI NON CI RIGUARDA: “Quello ha fatto così perché era pazzo!”; oppure: “Quello ha agito in quel modo perché era indemoniato!”. No! Questo è un’auto assoluzione, mentre dietro a Hitler c’era un intero popolo, come dietro al fascismo, come dietro ai regimi comunisti, come oggi con i migranti o con le guerre. Il pensare che “Il male assoluto” sia un lato meta-umano, o comunque chi lo esplicita sia in balia di pazzie o deviazioni personali, ha il sapore della vigliaccheria, per me: la paura di non guardarsi dentro e di non fare i conti con il proprio abisso nero, che è presente in ognuno/a di noi.

Io non faccio parte di quelli che pensano che si possa (o si debba) ridere di tutto, specialmente riguardo a certi eventi storici e in particolare (fra gli altri) il nazismo. Operazioni come “Jojo Rabbit” mi fanno davvero schifo, le trovo di cattivo gusto e in un certo senso pericolose per il loro desiderio di rendere tutto spettacolo, tutto digeribile (“Inglorious Bastards” era al limite ma almeno lì si uccidevano nazisti con gusto). Credo che verso il nazismo e verso i nazisti in particolare bisogni essere spietati e mai, dico mai, avere uno sguardo “giocoso”. Tu hai sicuramente dovuto affrontare questo “dilemma” morale. Come lo hai affrontato o risolto?

In verità ci trovo poco di giocoso nel mio fumetto, anzi lo trovo il più tragico che abbia mai fatto. Non sono così d’accordo con te: non si deve essere teneri con i regimi totalitari, nessuno, compresi quelli comunisti, aberranti e sanguinari non meno di quelli opposti, ma l’ironia, che ripeto non vedo nel mio libro, è uno dei modi più profondi per leggere il male. Come scrivevo sopra, non bisogna rendere il male una cosa cristallizzata, impenetrabile, altrimenti non lo si potrà mai stemperare, diluire, incanalare. La discriminante di un’operazione ironica o comica su fatti tragici è solo la qualità, e comunque sono contro a qualsiasi censura, altrimenti i fatti di Charlie Hebdo potrebbero trovare, addirittura, una qualche giustificazione. “Una risata vi seppellirà” urlata contro i tiranni, la trovo una frase molto potente.

La figura del cacciatore è molto importante. Ma è anche molto ambigua. Come importante mi sembra essere la figura del pastore tedesco Blondi. Questi due personaggi accompagnano Hitler nelle sue passeggiate e nei suoi deliri. Che cosa mi sai dire di queste due “presenze”?

Il cacciatore è un po’ la coscienza collettiva del popolo e, forse, persino dello stesso Hitler: in una parte del libro i due fanno lo stesso sogno, nello stesso momento; in più, misteriosamente, il cacciatore riesce ad aggirarsi, in spirito, per i corridoi della dimora del dittatore e quest’ultimo ne avverte la presenza… ma, come sempre, mi piace lasciare al lettore la propria interpretazione. Nel caso del cane Blondi, non voglio dire molto, giusto che sa pensare in autonomia e chissà che i cani non ci guardino con pietà e rassegnazione.

Il tuo libro ha un lato “pop” ed è, a momenti, più vicino alla commedia che alla tragedia. C’è un brusio di sottofondo festoso e goliardico dell’entourage di Hitler che contrasta con il silenzio glaciale della solitudine del dittatore, perduto in un delirio senza ritorno. Poi, una scena o una parola rompe questa apparente calma e ci fa venire il freddo addosso. Penso al dialogo tra H. e Eichmann. Penso al terribile commento che fa H. Dopo aver posato, per una foto, con una bambina: “aveva un odore così particolare: pungente! Conosco bene quell’odore, l’ho già sentito in guerra… Lo stesso odore di morte che c’è sui campi di battaglia”. E penso alla scena dell’accoppiamento triste e squallido tra il dittatore e la moglie Eva Braun (forse la scena più violenta del libro). Come hai fatto a trovare un’equilibrio tra l’orrore più puro e un aspetto, diciamo, più “frivolo”?

Ne abbiamo parlato poco sopra: non credo che ci sia un intento “frivolo” nel mio racconto (ho capito che non è una stigmatizzazione la tua, ma riciclo il virgolettato), ma semplicemente il cercare di mettere in scena la vita, che ha sempre, anche nella tragedia, dei lati ridicoli e a volte addirittura comici. Trovare un equilibrio è un’altra questione, ci si prova, forse ci si riesce: chissà?

La moglie di H. è, mi sembra, il personaggio più “cosciente” del tuo libro. È disillusa e, forse proprio per questo, lucida su quello che sta accadendo e sull’inevitabile prossima fine. Tutti seguono il dittatore perché credono in lui. Lei invece lo segue, fino alla morte, per amore. Come hai lavorato a questo personaggio?

Il personaggio di Eva Braun è decisamente romanzato, nella realtà la Braun era succube del compagno e ne condivideva le idee, anche quelle mostruose sulla soluzione finale degli ebrei, o almeno così sembra, ma a me interessava un personaggio forte che fosse l’emblema del costante sacrificio femminile nei confronti del maschio; e anche se vede più in là del suo “amato” e ne è in qualche modo superiore, deve cercare di far combaciare tutti i tasselli nell’ombra. Il fatto di dare a questo sacrificio il nome di “Amore”(come fa Eva Braun nel libro), lo rende, forse, più sopportabile, ma è solo una questione culturale di una società virata al maschile, per cui le donne stanno giustamente ancora combattendo.

Penultima domanda: il tuo uso delle vignette e dei colori è molto libero e sembra proprio che tu ci abbia preso gusto nell’immaginare le scene, i tagli cinematografici, i dettagli. È così?

Sì. Per la prima volta mi sono divertito ad usare una griglia complessa e narrativa di per sé, vedi ad esempio le due pagine dove si gira il documentario con Hitler e la bambina, dove ai lati ci sono vignette piccolissime che vanno a comporre visivamente un’ideale pellicola cinematografica.

Ultima domanda, una curiosità personale. Come è cambiato con il passare del tempo il tuo metodo di lavoro (se ne hai uno preciso)? Quando inizi un nuovo lavoro quali sono per te gli elementi più importanti, i punti di partenza?

Non ho un metodo di lavoro preciso o standard, a seconda del tipo di racconto cerco di adeguare ogni cosa, dal disegno alla struttura preparatoria. L’unico elemento costante per iniziare un lavoro è vedere nella storia che voglio raccontare qualcosa che possa incuriosire… e fondamentale, per me, prima di ogni altra cosa è il ritmo. Il ritmo è la vita e viceversa. Quando il cuore non funziona bene si dice che ha un’aritmia: un non-ritmo.

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