Mondo fantasma

Ghost World

Daniel Clowes

Coconino Press, 108 pagine, 23 euro

Quando Enid vuole partire dice a Becky “Io vorrei essere una persona diversa (…) e tu mi ricordi tutto quello che vorrei dimenticare”.

Città fantasma. Queste le due parole che continuano a tornare nelle pagine del libro di Daniel Clowes da poco rieditato dalla Coconino per i venticinque anni dalla sua prima uscita. Nel 2001 la storia è stata adattata al grande schermo, mantenendo lo stesso titolo, sceneggiata dallo stesso Clowes. Il film è stato interpretato da Scarlett Johanson e Steve Bushemi. L’opera fu poi fu nominata agli Oscar.

Città fantasma è il mondo nel quale si muovono Enid e Becky, due giovani ragazze che si apprestano a finire il liceo. Dopo anni di una simbiotica amicizia le strade delle due sembrano non andare più nella stessa direzione. Entrambe un po’ intellettuali, un po’ ragazzine ed un po’ fuori dalla norma. Enid ha un padre molto affettuoso, ma incapace di trovarsi una compagna stabile, il che ha obbligato la ragazza a sopportare molteplici figure femminili negli anni, alcune più piacevoli di altre ma comunque sempre passeggere. Ogni gesto e pensiero della giovane riflette questa infanzia costellata di cambiamenti e di incertezze, lasciandola sempre irrequieta ed in cerca di un’identità che non riesce a trovare. Becky invece è molto più calma, “perbenino” come la definisce l’amica, ma solo in apparenza. Le due vivono ogni emozione, anche la più intima, pensando già al momento in cui potranno condividerla con l’amica, in un rassicurante, ma puerile, rapporto di amicizia. Le due amiche si muovono in un mondo ambivalente: da un lato corrisponde all’immagnario collettivo di tutta la generazione cresciuta a cavallo degli anni 2000, ma da un altro l’autore ci presenta personaggi strampalati, assurdi e comici anche se in qualche modo reali.

Daniel Clowes fotografa l’amicizia delle due ragazze nel momento in cui le loro vite cominciano a tirare i loro corpi in direzioni opposte. Descrive quell’incredibile lacerazione che si prova quando bisogna, inevitabilmente e soprattutto in gioventù, lasciare il vecchio per il nuovo. Ci racconta, attraverso gli eventi apparentemente banali che attraversano la vita delle due ragazzine, un momento tanto complesso quanto splendido e riesce a portarlo al lettore con una freddezza chirurgica: la terribile cerimonia della separazione, del taglio.

Ghost World è la scritta che appare ovunque sui muri della città americana, non meglio definita, che serve da teatro alla storia delle due giovani donne. Appare sui palazzi, sul garage di Enid e nel cielo, ma nessuno sa chi l’abbia dipinta o del perché, ma la cosa pare non interessare. Anche il lettore dopo qualche pagina cessa di prestarvi attenzione. Come fosse il seme di una verità che l’autore vuole far sbocciare, ma non subito. Una verità che bisogna portare in tasca lungo tutto il racconto per decifrarne il senso solo alla fine.

L’opera di Clowes è terribilmente divertente o comicamente triste, dipende da come la si sceglie di leggere. Le emozioni che attraversano i personaggi sono così complesse perché appaiono al lettore vere, reali. Lo stesso Clowes scriveva del fumetto come unico mezzo di narrazione in grado di “riflettere la vera natura della coscienza umana” ( ICE HEAVEN, Editions Cornelius 2006). Contrariamente alla prosa che porta troppo verso l’interno e lascia troppo spazio all’immaginazione del lettore, o il cinema che invece guida troppo lo spettatore e la sua immaginazione. Il fumetto riuscirebbe,secondo l’autore, a far riflettere la lotte interna tra la definizione dell’Io e la realtà materiale grazie all’utilizzo di parola e disegno. Segno e suono. È forse per questo che l’autore, nell’adattamento televisivo ha apportato delle piccole modifiche, concentrando delle figure e così facendo diminuendo il numero di personaggi. ” Il cinema gravita verso l’esternalizzazione, lo spettacolo” scrive sempre l’autore in ICE HEAVEN.

 Se Ghost World non ha ancora stancato i lettori, ma invece non cessa di interessarne di nuovi è, forse, per una ragione molto semplice: come uno scienziato riesce a catalogare, e così facendo, isolare i vari elementi che compongono lo scibile, così un abile osservatore della vita umana riesce a scomporre emozioni universali, ancestrali e poi travestirle per raccontare una storia, che seppur lontana dalle nostre vite suona terribilmente familiare. Così fa Daniel Clowes, in maniera molto cruda, forse troppo. Ma funziona, è innegabile.

Le due giovani donne mettono in scena nel piccolo immenso mondo della loro città gli ultimi momenti dell’adolescenza, gli ultimi attimi di un’inseparabile amicizia che negli anni le ha portate a condividere ogni cosa: dalle marachelle da teen-ager, alle rivalità, ai primi passi in una sessualità ancora incerta ed a tratti ridicola. Ma è chiaro fin da subito che le due giovani donne vivono una realtà che crescendo si è rimpicciolita intorno a loro e comincia a dare i primi segni di cedimento.

La città fantasma di Clowes è, probabilmente, quel mondo lontano che vive solo quando lo ricordiamo. Un mondo passato, morto per poter lasciar spazio al presente che quando lo si osserva sembra abitato da fantasmi, un mondo esso stesso fantasma. (Eva de Prosperis)

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