Figlio unico, lutto e burocrazia in Cina

Figlio unico

Wang Ning, Ni, Xu, Qin

Oblomov, 96 pagine, 18 €

“Non avendo più notizie di vostro figlio Jiajia non possiamo escludere che sia morto. Se firmate questo atto di decesso potrete fare un altro figlio, la legge lo autorizza”. Cosa può esistere di più grigio e ottusamente burocratico da dire a una coppia di genitori che ha appena perso l’unico figlio? Questa frase racchiude alcuni elementi essenziali di Figlio unico, raccolta a fumetti curata da Wang Ning con i disegni di Ni Shaoru, Xu Ziran e Qin Chang. La raccolta ospita tre storie, tre vicende di genitori cinesi che hanno dovuto sottostare alle politiche del figlio unico disposte dal Governo, dal 1979 al 2016. In particolare le tre storie hanno un’amarissima caratteristica comune: raccontano di coloro che hanno perso l’unico figlio che avevano (perché morti o perché, pratica comune nella Cina degli anni Ottanta, venivano rapiti) e sul quale proiettavano tutto il loro amore. 

Già dai tempi di Mao in Cina si ipotizzava una politica del figlio unico. In un discorso del 1957 il presidente del Partito comunista cinese spiegava: “Il nostro paese ha così tanta gente che non può essere paragonato a nessun altro. Sarebbe meglio ridurre le nascite. La riproduzione deve essere pianificata”. La legge, però, sarebbe arrivata solo anni dopo, con il successore di Mao, Deng Xiaoping, nel 1979. La sovrappopolazione era considerata un ostacolo allo sviluppo e alla modernizzazione. In questo aspetto è ancora emblematica la prima storia della raccolta: se la scomparsa di Jiajia avviene negli anni Ottanta, in una periferia ancora rurale, anni dopo i genitori si trovano ancora nello stesso punto ma ora è al centro di una “smart city” uguale a tante altre. La modernizzazione auspicata è avvenuta. Nel 1981 venne creata la Commissione di stato per la pianificazione familiare: negli anni Novanta vi lavoravano già trecentomila persone. Nel frattempo la popolazione invecchiava e solo nel 2013 la politica del figlio unico fu cancellata. Nell’estate del 2021 il governo cinese – in preda a una crescente preoccupazione per il calo demografico – ha approvato la possibilità, per le coppie, di avere fino a tre figli. Intanto in Cina ogni anno 76 mila famiglie perdono il proprio figlio unico.  
Le tre storie hanno peso specifico diverso: la prima risulta devastante, la seconda è straziante, la terza commovente. Dipende forse da quella che è una placida assuefazione al dolore che chi prosegue nella lettura sa già di dover incontrare. Lo scontro con la prima storia è però significativo. Come nella prefazione anticipa il curatore Wang Ning (scrittore e sceneggiatore): “Volevo mostrare ai lettori come in Cina molte famiglie abbiano sofferto solo per essersi adeguate, volenti o nolenti, a una direttiva politica governativa che le ha private di un diritto fondamentale per il resto della vita”. Il conflitto tra politica e vita familiare emerge proprio nella migliore delle tre storie, Una vita in solitudine. A una prima parte di gioia e spensieratezza, in cui i gestori di una piccola trattoria di periferia godono della felicità del proprio figlio unico Jiajia, si contrappone una seconda parte – dopo la scomparsa del bambino – di disperazione e grigiore. Onnipresente (anche nelle altre storie) è la propaganda cinese. Vengono rappresentati manifesti, spot televisivi e striscioni che ripetono lo stesso messaggio: “Teniamo sotto controllo la crescita demografica”, “Un figlio è abbastanza”, “Basta un figlio, meno pensieri”.

Quando Jiajia scompare i genitori lo cercano ovunque, lo aspettano per anni nella stessa trattoria che nel frattempo è al centro di un’enorme trasformazione urbana. La fine della storia porta ai giorni nostri: la Cina è diventata la potenza mondiale che conosciamo, le politiche del figlio unico sono state abolite ma la trattoria è rimasta al suo posto, sotto un nuovo raccordo autostradale, in un quartiere che è profondamente cambiato. I genitori di Jiajia sono ancora lì ad aspettarlo, ormai anziani e sconfitti da quella società che ha imposto loro una tara legale all’amore filiale.   (Davide Schiavon)

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