Spencer, un favola amara

(locandina del film)

Una favola tratta da una tragedia vera

Con questa premessa Pablo Larraín apre il racconto di Spencer, il suo ultimo film dedicato a Lady Diana. Che è un film complesso, verrebbe da dire, sul quale non è facile farsi un’idea alla prima visione, e nemmeno troppo scontato riuscirci alla seconda. 

Favola perché la sceneggiatura ricostruisce in modo libero i tre giorni del Natale del 1991, mentre la tragedia vera è quella di Diana, dell’epilogo drammatico della sua vita, che intenzionalmente il film non tocca; si concentra su pochi particolari giorni, ancora lontani dal 31 agosto del 1997, scegliendo di mostrare una donna psicologicamente turbata, che si affaccia ripetutamente al limite e che sta per perdere del tutto il controllo della propria vita. Un film che indaga la soglia oltre la quale Diana non si spingerà, scegliendo il divorzio e l’allontanamento dalla famiglia reale.

Favola è quindi la definizione che il regista cileno usa per giustificare la possibile distanza della sua storia da quanto realmente accaduto (alla famiglia reale e nella realtà) e tessere un ritratto emotivo verosimile della principessa triste che non accetta, o per lo meno sopporta a stento, il contesto della famiglia reale, il protocollo, la facciata e gli obblighi, tanto più perché non si sente amata. La costruzione filmica della sofferenza di Diana, che il regista e lo sceneggiatore Steve Knight scelgono di far arrivare al limite in quei giorni, avviene attraverso l’accostamento di elementi opposti. All’inizio del film il silenzio della campagna dei dintorni di Sandringham è rotto da un convoglio di mezzi dell’esercito; una volta arrivati alla residenza i soldati marciando entrano nella cucina e depositano sui banconi lucidi e sgombri decine di casse militari. Per quanto pulitissima e ordinata, la cucina è lo spazio più “caldo” di ogni casa, il luogo dove si crea il nutrimento della famiglia: l’incursione di presenze grigie e silenziose è un’anticipazione di quello che sarà il controllo anaffettivo dello stato di Diana. Non a caso molto del suo delirio avviene attraverso il rifiuto del cibo: l’allucinazione di mangiare le enormi perle della collana che Carlo “ha regalato anche a lei” (Camilla Parker Bowles, amante di Charles da sempre) e gli attacchi di bulimia che anche la famigerata quarta stagione di The Crown ha raccontato dettagliatamente, esprimono la volontà di impedire al nutrimento di alimentarla e soprattutto eliminano la possibilità che lei stessa mangiando appartenga a quella tavola e alla famiglia che vi siede, impassibile e giudicante, per niente inclusiva. Quando ormai affamata di notte Diana si abbufferà nel frigo della stessa cucina, verrà sorpresa dal maggiore Gregory, il capo della sicurezza che le confermerà le sue sensazioni più sgradevoli, non solo la famiglia la osserva, ma ci sono curiosi e i fotografi appostati fuori dalla residenza per spiarla. 

La scena iniziale dell’esercito in cucina -un incipit straniante e anticipatorio- si conclude con la loro uscita ordinata che attraversa l’inquadratura fissa incrociando la brigata dei cuochi. Il capo cuoco poco dopo incontrerà e aiuterà Diana che sta guidando da sola, nel silenzio della stessa campagna rotto dal rumore del suo Porsche decappottabile, così diverso in dimensioni stile e intenzione dal convoglio di cui sopra. Diana è senza scorta, si è persa e mentre spiega a Darren cos’è successo, è già travolta dal pensiero del suo passato: scorge in lontananza lo spaventapasseri in quelli che erano i terreni intorno alla residenza Spencer, intuisce che porta la vecchia giacca di su padre. Le basta un attimo per dare le spalle al capo cuoco affettuoso- sarà anche l’unico a salutarla quando il giorno di Santo Stefano lascerà la casa con Harry e William-  e mentre lui le ricorda che è in ritardo e non arriverà in tempo per i sandwich, scavalca la staccionata e con il suo tailleur di Chanel e i suoi decolté che affondano nelle zolle, va a recuperare la giacca. Per tutto il film Diana cercherà di scappare, di sottrarsi a un presente che è intriso e infestato dai fantasmi del passato per non diventare lei stessa uno spettro (come quello di Anna Bolena che la tormenta) e tornare a essere Spencer; tenterà di rompere il tempo della fiaba dove “il futuro non esiste, il passato e il presente sono la stessa cosa” come spiega la principessa ai figli. Non troverà quella duplicità che un distaccato Carlo, nel loro unico dialogo, le suggerisce di adottare, non sperimenterà mai una versione pubblica e un’altra privata di sé. Da qui l’atteggiamento fisico tipico, quella posa un po’ sfuggente di Diana -la testa leggermente piegata, le spalle alzate, lo sguardo liquido e obliquo, la tensione di chi sa di essere costantemente osservata, che Kristen Stewart incarna perfettamente: bellissima, misteriosa, avvolta da un senso di costante inadeguatezza e disagio. Larraín ha dichiarato di essere stato sempre affascinato da Diana per l’influenza che aveva sulle persone comuni -inclusa sua madre- dovuta probabilmente alla sua grande e innata empatia, che la faceva percepire come una donna accessibile e pura, un elemento estraneo al rigido contegno regale britannico. Nella pellicola, in una scena di danza forsennata che anticipa l’epilogo liberatorio, così come nella figura dell’assistente Maggie- un vero e proprio aiutante nella favola, l’unico altro adulto amichevole, oltre al cuoco- trapela l’estro della principessa e la cura nel vestire, quel gusto inconfondibile vissuto forse come unico rifugio di creatività, insieme al tempo ritagliato con i figli. Il film di Larraín è raccontato dagli occhi di una donna sofferente, giunta a punto di volta nella sua vita, una principessa con gli occhi del mondo puntati addosso, una Diana lontana dalla calma e dalla serenità che tutto il verde a cui sembra essere virata la fotografia dovrebbe infondere, e che invece ci spinge con lei nella palude della sua angoscia. La scrittura e di conseguenza il ritmo incespicano forse nella seconda parte, dove non è molto chiara la direzione che prenderà il dramma, sospeso tra le visioni e gli incubi di Diana e la sua sempre più palese opposizione al codice regale. Salvano questo accorato e trasparente omaggio a Lady D, la regia del cileno che già con Jackie (biopic del 2016 su Jaqueline Kennedy, interpretata da Natalie Portman) aveva dimostrato di sapersi confrontare con la storia di una donna famosa alle prese con un dramma personale, il potere e l’esposizione mediatica, e le strabilianti musiche originali composte da Johnny Greenwood (chitarrista dei Radiohead e compositore), che fa gran spolvero di archi e organi ma anche di contrabbassi  e sonorità contemporanee e facendo oscillare l’atmosfera fredda di Sandringham tra il rigore della musica da camera e il free jazz, tra lucidità e follia, contrizione e libertà, come la Diana di Larraín. (Virginia Tonfoni)

Trailer ufficiale di Spencer

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