Baba Jaga Fest: Alla ricerca di Veljko Kockar

(le avventure di Kaktus Kid ovvero Bata il cactus, Veljko Kockar)

In occasione del Baba Jaga Fest pubblichiamo (dal catalogo del festival) questo bel articolo di Aleksandar Zograf.

Nel 2018, Aleksandar Zograf ha realizzato con il regista Đorđe Marković il docufilm The Final Adventure of Kaktus Kid, indagine attorno alla figura di Veljko Kockar, giovane fumettista serbo fucilato dopo la liberazione di Belgrado nel 1944. Nelle pagine seguenti pubblichiamo alcune pagine ritrovate del Bata il Cactus di Kockar. Ed ecco come Zograf ci introduce a un’epoca tragica, a un autore misterioso e alla sua bizzarra creatura.

Le stagioni del fumetto jugoslavo

Quello del fumetto serbo nella prima metà del Novecento è uno dei capitoli meno conosciuti del fumetto europeo. Negli anni Trenta, i quotidiani serbi iniziarono a pubblicare strisce che apparivano sui giornali americani. Improvvisamente, i fumetti divennero molto popolari, furono pubblicate diverse riviste, e molti giovani iniziarono a disegnarli. Come sia successo in un paese rurale dei Balcani, dove la maggior parte delle persone viveva ancora nei villaggi, è ancora oggetto di dibattito. Si sa, tuttavia, che molti di questi disegnatori erano emigranti russi, alla disperata ricerca di un lavoro, i quali probabilmente videro nei fumetti una maniera per sopravvivere nel nuovo Paese. Recentemente questa circostanza ha destato parecchio interesse in Russia, dal momento che negli anni Trenta non c’erano fumetti in Unione Sovietica. In ogni caso, con l’occupazione da parte della Germania nazista nel 1941, l’intera produzione regolare di fumetti fu interrotta.

I fumetti, tuttavia, erano talmente popolari che in una certa forma continuarono anche sotto l’occupazione tedesca. Non era possibile pubblicare fumetti nello stile dei supereroi americani, ma alcuni degli artisti locali, che magari erano più legati a temi come la storia nazionale o all’umorismo, poterono continuare a lavorare nelle riviste pubblicate durante l’occupazione, sebbene sotto il pesante controllo delle autorità naziste. Nonostante a quel tempo, in Germania, il fumetto fosse praticamente sconosciuto, i tedeschi compresero che potevano usare i fumetti per i propri fini e assunsero alcuni degli artisti locali per creare strisce e illustrazioni di propaganda. Allo stesso tempo, anche la stampa partigiana clandestina pubblicava i propri fumetti, quindi si può dire che i fumetti fossero dappertutto.

Poco dopo la fine della guerra, quando il regime di Tito plasmò il sistema jugoslavo sul modello sovietico, i fumetti furono considerati “troppo occidentali” e in qualche modo messi da parte. Alcuni dei fumettisti dell’era prebellica smisero di creare fumetti, alcuni erano già morti e alcuni emigrati dalla Jugoslavia proprio per la loro collaborazione con la propaganda nazista. Le cose erano quindi cambiate, e l’età dell’oro finì lì. Tuttavia, con la rottura tra Tito e Stalin del 1948, i fumetti iniziarono a fare il proprio ritorno, e negli anni Cinquanta esistevano già un certo numero di riviste. Ma gli interessi dei lettori stavano cambiando, e ora è compito degli storici del fumetto ricostruire il nostro passato in questo campo… Ho provato, attraverso il lavoro giornalistico e la ricerca, a partecipare allo sforzo.

Intanto i fumetti riguadagnavano gradualmente popolarità e, quando ero bambino, nella Jugoslavia degli anni Settanta, potevi leggere non solo fumetti locali, ma anche americani, britannici, franco-belgi e altri. I fumetti italiani erano tra i più popolari, per Alan Ford c’era un vero e proprio culto, secondo me ancora più che in Italia, e oggi capita di imbattersi in riedizioni di (per lo più) vecchie storie di Magnus anche in edicola, dove ormai ci sono pochissimi fumetti. È buffo, perché da noi non si trova più roba della Disney, ma Alan Ford sì!

Negli anni Novanta, con la decomposizione della Jugoslavia, la scena underground era in ascesa: c’erano tante fanzine, piccoli festival ed eventi. Ora i fumetti si trovano perlopiù nelle librerie, sotto forma di graphic novel e antologie, e sono quasi del tutto spariti dalle edicole. È ancora una scena interessante, ma forse non così popolare come prima tra i lettori generalisti, almeno questa è la mia opinione. Eppure incontro molti giovani che fanno fumetti, quindi penso che, se ci saranno le condizioni, potremmo aspettarci nuovi sviluppi.

Bata il Cactus e la guerra

Di Veljko Kockar sapevo poco, perlopiù grazie alle ricerche del mio amico Zdravko Zupan, che purtroppo è morto qualche anno fa. Eravamo entrambi perplessi dalla scarsezza di informazioni su Kockar, fino a quando Zupan scoprì che era stato fucilato nel 1944, durante la formazione del nuovo governo. Erano dunque i giorni della liberazione di Belgrado da parte dei partigiani, che fino ad allora vivevano nascosti nelle foreste, privi di armi e munizioni e persino di cibo, spesso sottoposti alle torture medievali dei tedeschi quando venivano catturati. La loro era una vita durissima. Una volta cacciati gli occupanti dalla città, i partigiani, accecati dalla rabbia, fucilarono sul posto e senza processo molte persone. Tra i veri collaborazionisti, che sarebbero probabilmente stati giustiziati da qualsiasi esercito di liberazione, fu ucciso anche il giovane fumettista, accusato ingiustamente di aver lavorato per i nazisti. I fumettisti che davvero avevano collaborato con la propaganda nazista erano già fuggiti da Belgrado insieme all’esercito di occupazione, ma Kockar sentiva di non avere alcun motivo di scappare. Anche dopo una ricerca molto dettagliata non abbiamo infatti trovato un solo disegno (per non parlare di un fumetto) eseguito da lui che potesse essere considerato propaganda nazista. Preferiva disegnare ragazze seminude, fumetti umoristici e d’avventura. Come dargli torto!

Così Zdravko raccolse i fumetti di Kockar e io curai e scrissi una prefazione per la raccolta delle ristampe. Dopo averla letta, il regista Đorđe Marković rimase incuriosito dalla storia e ci propose di trarre un film dalla nostra ricerca sulle orme di Veljko Kockar. Rimanemmo un po’ sorpresi perché allora non avevamo nemmeno una sua foto, e sapevamo molto poco di quello che gli era successo. Le riprese sono durate sette lunghi anni e le nostre scoperte sono avvenute letteralmente davanti alla telecamera.
Il film è stato realizzato come un ibrido documentario-live action-animazione, della durata di un’ora. Io appaio come narratore principale e ricercatore. È decisamente diverso da qualsiasi genere esistente, ma siamo riusciti a coinvolgere alcuni dei più autorevoli storici e autori di fumetti dell’ex Jugoslavia, e abbiamo anche un cameo di Robert Crumb, che abbiamo incontrato e filmato a Belgrado e Parigi…

Veljko Kockar era un giovane di talento, una delle più interessanti figure emergenti del fumetto jugoslavo prima e durante la guerra. Aveva solo 24 anni quando è stato fucilato, i suoi beni privati non sono stati conservati, e solo un piccolo numero di pagine è giunto fino a noi grazie ad alcune riproduzioni. Uno dei suoi personaggi più sorprendenti è Bata il Cactus (Kaktus Kid), un cactus semovente presentato come una piccola creatura onesta, ovvia- mente sulla scorta dei fumetti Disney dell’epoca. C’è qualcosa di intrinsecamente strano in quel cactus che cammina come un uomo: è timido e ingenuo, e come tale predestinato a diventare una vittima, al pari del suo creatore Veljko Kockar. Sarà un’emozione vedere alcune delle pagine conservate di questa rarità del fumetto tradotte per la prima volta in una lingua straniera, l’italiano. (Aleksandar Zograf)

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