La paura mangia l’anima

Juta, Rizzoli Lizard 2021

È stato girato un film horror in paese. Ha come protagonista un bambino di nome Giulio. Il film si chiama Bambino Paura e parla di un bambino indemoniato che, una volta liberato, inizia a massacrare gli abitanti del paese. La visione di questo film ha, sugli abitanti, un sinistro effetto… Quello che “succede” nel film si mischia con la vita reale… E la paura si fa spazio nelle menti di tutti. Abbiamo parlato con Juta, l’autore di Bambino Paura, pubblicato da Rizzoli Lizard

Miguel Angel Valdivia: Prima di tutto volevo dirti che ho trovato molto interessante il tuo libro e leggerlo è stato il primo passo nel tuo lavoro che non conoscevo bene. Per fortuna si scoprono sempre cose nuove! Bambino Paura, mi racconti un po’ come nasce questa storia?

Juta: Mi è capitato, guardando film horror, di chiedermi come si sentono i bambini che a volte ne sono protagonisti. Credo che sia una cosa che si sono chiesti in tanti. Ogni tanto ci pensavo e con il tempo era nato questo personaggio in modo un po’ sotterraneo. Poi, quando ho iniziato a scrivere la storia, l’ho collocato in un ambiente più preciso, avvicinandolo ad altri personaggi che andavano a definire alcuni aspetti del suo carattere e di quello che si raccontava in questa storia. Inizialmente avevo immaginato uno scenario più maestoso (banalmente mi immaginavo che il film fosse una grossa produzione), poi, facendolo, mi è venuto naturale abbassare il tiro e collocare tutto in uno scenario più quotidiano. Forse la premessa della storia mi ha portato lontano da quello da cui ero partito, ma questo tema della paura è diventato qualcosa che teneva assieme il libro, sicuramente qualcosa di impossibile da spiegare, qualcosa che si racconta solo con le espressioni dei personaggi e la loro incapacità di parlarne.

MAV: Quando viene proiettato per la prima volta il film Bambino Paura nella piazza centrale del paese si insinua “qualcosa” di nuovo nella mente degli abitanti… S’insinua la paura che, forse, quello che si vede nel film è reale e che Giulio, il bambino protagonista, è davvero pericoloso. La sorella, ad esempio, racconta al ragazzo che da quando il fratellino ha fatto il film in casa succedono cose strane. Realtà e finzione si mischiano. Cosa mi sai dire su questo punto?

J: Sono sicuramente temi che mi interessano moltissimo. Non sono sicuro di essere stato capace ad affrontarlo in questo libro ma rispetto a questo argomento mi pare incredibile quanto le nostre credenze influenzino il nostro comportamento. Quello che intendo dire è che la realtà non è per forza qualcosa di verificabile scientificamente, la realtà alla fine è quello che crediamo. E se crediamo tutti in una stessa cosa, magari assurda, quella diventa vera. Se gli abitanti del paese si convincono che Giulio è un bimbo indemoniato (o qualcosa del genere), la situazione si fa pericolosa, quella credenza sconvolge tutto. 

MAV: Dal mio punto di vista ci sei riuscito perché io queste cose le ho pensate (o ripensate) proprio leggendo il tuo libro… Se girassero un film horror nella casa in cui vivo (con protagonisti i miei coinquilini) è possibile che non sarei più così sereno… La scena in cui Bambino Paura fracassa la testa di una cassiera nel supermercato di paese… Beh, si può capire che lasci le persone un po’ scosse… Ambientare un film horror in un ambiente familiare, forse è questo a creare disagio e tensione…

J: Sicuramente questo è un aspetto. Forse è principalmente questo che turba gli spettatori compaesani di Giulio. Come se il film facesse emergere un lato tenuto nascosto della città in cui gli istinti vengono “a galla” e tutto può diventare una trappola. Un po’ come se il film fosse una profezia della violenza nascosta in quel quotidiano, perché quella violenza (in modalità diverse da quelle di un film horror) si manifesta davvero, questa volta contro il protagonista stesso del film.

MAV: Si, per esempio una scena che mi ha colpito è il momento in cui muore la tartaruga di Stefania (la sorella di Giulio) proprio mentre Giulio ci sta giocando. La sorella, che lo adora, inizia a sospettarlo… E anche il lettore ha dubbi…

J: Ho dubbi pure io.

MAV: Eh, immaginavo. Credo che quando l’autore ha ancora qualche dubbio, quando non è tutto perfettamente “risolto” sia meglio. Quando poi in città iniziano ad apparire gli occhi dipinti proprio come nel film…

J: È come se qualcosa si fosse risvegliato. Anche qui sta a noi decidere se è davvero pericoloso o no. Quando ho scritto la storia avevo immaginato che la situazione alla fine si facesse più tesa. Disegnandola mi è venuto naturale lasciare alcune questioni più aperte. Rispetto agli occhi dipinti nella città, quel gesto è contemporaneamente molto violento ma anche innocuo e giocoso. Alla fine, io mi sono fatto l’idea che dipingere gli occhi sui muri della città sia stato solo un ragazzino che ha voglia di fare uno scherzo. Ma anche qui, chi “riceve” quel gesto ha realmente paura… Quindi le reazioni possono continuare ad innescarsi a catena e l’idea che qualcosa di terribile possa accadere rimane. Io penso che non accada nulla, però… È tutto in quel però…

MAV: Senti, accanto alla storia del Bambino Paura racconti anche molto bene la vita di altri personaggi: la mamma, la sorella e i suoi amici, i nonni… I dialoghi li ho trovati molto credibili e questo non è mai facile. Mi vuoi raccontare qualcosa sui tuoi personaggi? Come li pensi, come li crei?

J: Questa è proprio una domanda che mi mette in crisi… Provo a rispondere perché è utile anche a me. Da una parte potrei dire che nasce tutto completamente a caso… Dall’altra, so che ci sono dei processi molto specifici, è un po’ evoluzionista come processo. Disegno delle cose e quello che supera alcune prove rimane vivo.

MAV: Mi sembra bellissimo, crudele ma bellissimo, un po’ come la natura, appunto

J: Gli unici personaggi che avevo un po’ pianificato sono Giulio, Stefania e la mamma Marina. Gli altri sono nati un po’ casualmente mentre disegnavo e poi si sono concretizzati con la loro permanenza o scomparsa. La cosa che mi da piacere nel disegnare fumetti è il ritmo e la gestione dei dialoghi e dei silenzi. Ogni personaggio ha il suo modo di stare in silenzio e delle volte ho la sensazione che questa cosa, che non riesco a spiegare a parole, con alcuni personaggi è evidente. Forse, soprattutto, se sono stato capace di amare abbastanza quei personaggi. La Stefi e Giulio li ho amati molto, avere un rapporto così tenero con dei personaggi è una cosa che può farti diventare matto, è un po’ ridicolo dirlo ma a me ha un po’ cambiato la vita.

MAV: Si, ha senso per me quello che dici. Anche io mi sono affezionato molto al personaggio del mio libro e capisco. Mi piace molto questa idea che “ogni personaggio ha il suo modo di stare in silenzio”. Tornando ai tuoi personaggi: ho guardato con grande piacere la tua pagina disegnata Spezzoni delle vite drammatiche: nella homepage tanti volti di personaggi a colori. Ogni personaggio, un nome, ogni nome una storia. Sono storie crude, un po’ amare ma anche tenere. Eppure disperate. Mostrano un’umanità un po’ persa che si cerca. O forse semplicemente che non si trova. La storia delle rette parallele, quella di Agnese e quella di Stanlio e Ollio le ho trovate geniali. Anche qui esplori un po’ il confine tra realtà e fantasia. Mi piace anche molto quando inserisci fotografie. Insomma spero che uscirà un libro con questi racconti prima o poi! Mi racconti qualcosa della pagina Spezzoni?

J: È una serie di racconti a fumetti che ho iniziato molti anni fa, con l’idea di condividere queste storie con chi ha voglia di leggerle, in un luogo senza troppe regole. A volte provo anche imbarazzo perché molte delle cose che sono online le sento molto lontane da quello che mi interessa ora. Ma sono tutti esperimenti nati in modo così casuale che alla fine… Vale tutto. Anzi, alcune cose prima mi sembravano terribile oggi mi piacciono e viceversa.

MAV: Beh, in quelle più recenti si vede un’ “evoluzione” in un certo senso…

J: Tra la quarta e la quinta storia ci sono tipo 2 anni in cui non ho fatto uscire quasi nulla… Ma tanto il tempo non esiste quindi ok:). L’idea di farci un libro a volte è saltata fuori ma mi sembra molto difficile soprattutto l’aspetto tecnico, sono difficili da impaginare e ho perso la maggior parte degli originali, ho solo file a bassa risoluzione…

MAV: Comunque dal mio punto di vista funziona molto bene anche questo formato corto, racconti brevi, si dovrebbe fare di più, nel fumetto in generale, penso. Penultima domanda: il tuo sguardo sul fumetto oggi in Italia? Tu leggi fumetti, libri? Di che ti nutri?

J: Cerco di rimanere aggiornato su quello che esce di nuovo in Italia e ho la sensazione che sia un momento in cui stanno nascendo molte cose nuove. Vorrei essere più aggiornato anche sulla scena internazionale perché di quello che esce fuori dall’Italia mi arrivano solo le cose più conosciute e sono sicuro che mi perdo un sacco di bellezza.

MAV: Si, in Italia, si hanno gli occhi un po’ chiusi sul resto del mondo e il fumetto non fa eccezione

J: Mi interessano tantissimo le storie e idealmente ogni storia ha il suo modo giusto di essere raccontata. Quindi alcune cose che succedono in letteratura non avrebbero senso in un film e non so bene dove si collochi il fumetto in questo. Sicuramente con le storie brevi il fumetto raggiunge qualcosa di potente per me, e anche i romanzi a fumetti che mi piacciono, spesso mi danno la sensazione che mi rimane dopo aver letto un racconto più che un romanzo. Con alcuni romanzi che ho letto ho fatto delle esperienze di trasporto estremamente intense che forse non ho mai avuto occasione di fare con i fumetti. Al contrario con i fumetti ho provato delle sensazioni di amore che con la letteratura si esprimono in modo diverso. Se io apro una pagina a caso di un fumetto e vedo un personaggio che conosco provo una sensazione di vicinanza che ha a che fare con la potenza di questo di linguaggio, che ha principalmente a che fare con la nostra capacità di immedesimarci in dei “bamboccetti”. 

MAV: Si, capisco. Io provo meno “empatia” verso i personaggi dei fumetti. Alla fine arrivo al fumetto perché amo disegnare e la sfida di poter raccontare  disegnando è forte e mi incuriosisce. Mi piace quando chi fa fumetti trova spazi di libertà e modi di raccontare che neanche io mi ero mai immaginato. Allora si, si sveglia il mio interesse…

J: E in quello scarto del disegno che succede qualcosa. Si potrebbero disegnare le storie più epiche con dei pupazzi ridicoli e allora la storia non è più quello che succede ma come viene rappresentato.

MAV: Si, anche questo è vero. Hai visto, ho barato, ho detto penultima domanda e poi ne ho fatte tre. L’ultima che avevo era proprio sulla fine del tuoi libro, le ultime pagine… ma ho capito che mi tengo il dubbio, è meglio così… Quindi Simone, ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato

J: Grazie a te, è stato interessante conoscerti, spero avremo modo di vederci per continuare le chiacchiere

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