Scalpi, mercenari e fuorilegge

SCALP
Hugues Micol
Oblomov Edizioni, 192 pagine, 19 euro

John Galton è una figura avvolta dal mistero. Assassino, stupratore, collezionista di scalpi, mercenario, soldato, Texas Ranger, ubriacone, della sua vita non si sa quasi nulla. Le uniche notizie che abbiamo su di lui ci vengono dal libro My confession (in Italia pubblicato nel 1957 da Feltrinelli e tradotto in Donne, sciabole e cavalli) di Samuel E. ChamberlainChamberlain, soldato dell’Unione e in seguito onesto pittore, scrisse di aver conosciuto Galton e la sua terribile banda che imperversava nel confine tra Stati Uniti e Messico durante la guerra tra questi due stati alla metà del 1800.

Ispirato alle memorie di Chamberlain è il romanzo Meridiano di sangue dello scrittore texano Cormac McCarthy, dove però Galton è quasi oscurato dalla figura altrettanto minacciosa del giudice Holden, forse vero capo della banda e co-protagonista del romanzo.

Altro lavoro ispirato dal libro di Chamberlain è il fumetto dell’autore francese Hugues Micol (parigino classe 1969), uscito qualche anno fa e tradotto in Italia da Oblomov EdizioniHugues però sposta l’attenzione su Galton, facendolo diventare l’unico protagonista di questo racconto folle, violento, sanguinario, sporco come il vecchio West

Galton non parla quasi mai, ma agisce, con una violenza e una rabbia inaudite. La sua passione è collezionare scalpi, di indiani, messicani, bianchi, neri, rossi, senza un’etica, un’idea, uno schieramento politico. Tante sono le depravazioni che il gruppo di fuorilegge commette nel libro, dipinte con sapiente maestria dai disegni di Micol. Disegni che nella presentazione del libro vengono accostati alle incisioni di Goya, ma sono avvicinabili anche a quelle di Posada. Neri pieni, bianchi lucenti, graffi, macchie, il pennello e il pennino sembrano scavare all’interno della pagina per far uscire tutto l’orrore che la storia racconta. Non ci sono moralismi, prese di posizione, Hugues è bravo a raccontare il tutto con un certo distacco. Galton è spietato, ma come lui lo sono anche gli alti funzionari americani e messicani che lo assoldano per seminare morte e distruzione, sopratutto tra indiani e povera gente. Ci sono un’infinità di corpi in questo libro, che combattono, si aggrovigliano, si massacrano, tavole senza l’ingombro delle vignette, dove i disegni sembrano fuoriuscire dalla pagina in composizioni che ricordano alcuni mirabili lavori di Will Eisner.

“Neri pieni, bianchi lucenti, graffi, macchie, il pennello e il pennino sembrano scavare all’interno della pagina per far uscire tutto l’orrore che la storia racconta.”

Hugues dà corpo alle parole di McCarthy, avvicinandosi allo scrittore anche nel modo in cui rappresenta la natura, altra protagonista di questo libro e di quello dell’autore texano. Una natura incontaminata, selvaggia, dura, bellissima, che si contrappone alla follia degli uomini. Deserti incandescenti, montagne rocciose, vengono dipinte con tante soluzioni diverse, in pagine aperte che danno una pausa, un respiro all’incedere veloce della storia.

Il sogno americano rappresentato per quello che è stato realmente, un sopruso nei confronti delle popolazioni autoctone, fondato su una finta libertà sporca di sangue, il tutto con l’avallo di Dio. Modi di intende la democrazia che hanno radici antiche, che ci aiutano forse a comprendere meglio la potenza e le scelte della politica americana fino ai giorni nostri. (diego miedo)

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