
Miguel Angel Valdivia conversa con Marco Galli in occasione dell’uscita del suo nuovo fumetto.
Miguel Angel Valdivia: Come è stato per te pubblicare oggi una storia pensata e disegnata quasi dieci anni fa? A parte la tematica della pandemia presente nel libro, è un lavoro che senti ancora oggi vicino?
Marco Galli: È stato strano. Una storia molto lontana, non solo temporalmente. Sono passati dieci anni, ma è per me proprio un’altra vita, una vita pre-malattia che sembra l’eco di una persona molto diversa e distante da me. Con questo non voglio dire che lo rinnego o non mi piaccia più questo libro, ma sicuramente oggi non credo lo farei e se lo facessi la storia e i disegni sarebbero cosa molto diversa. La parte più divertente sta nel fatto che per questo libro “distante” ho vinto il premio a Lucca come miglior autore. È anche vero che i libri non dovrebbero avere una scadenza e questo premio credo sia, più che altro, un omaggio a tutto il mio percorso nel fumetto fino a oggi.
MAV: Questo libro ha la struttura classica di un “poliziesco”, almeno all’inizio. Una serie di omicidi e due poliziotti che indagano. Poi succede altro e il libro entra in una dimensione diversa. Io ho letto per tanti anni solo polizieschi e thriller. Oggi non ne leggo quasi più, ma è un genere che mi ha “segnato”. Tu che libri leggi e che genere di film o telefilm guardi? E come questo nutre il tuo lavoro, se lo fa?
MG: Il thriller e il poliziesco mi piacciono nel cinema o nelle serie, ma non ne ho mai letti tanti, a parte un paio di Chandler, qualche Conan Doyle e Christie, che però sono gialli. Ho letto tutti i thriller del grande Dürrenmat, ma quelli sono particolari e a me piace l’utilizzo del genere in quel senso, quando sborda, esce dai margini precostituiti e diventa qualcosa d’altro. Ultimamente leggo più saggistica, soprattutto filosofia occidentale, il mio pensiero per restare vivo ha bisogno di scricchiolare e di mettere in discussione tutto, persino se stesso.
Il mio lavoro lo nutro con tutto, davvero con ogni cosa: dall’amico al bar al passante in una stazione, al film o al documentario, alla musica, all’arte. Quello che non mi nutre per nulla è il “mainstream”, credo siamo arrivati a un livello imbarazzante di pochezza in quel campo, in tutte le sue espressioni: tutto così uguale, banale, ripetitivo e fintamente attento alle questioni sociali. Certo, tutto tecnicamente ineccepibile, ma privo di immaginario e guizzo artistico.
MAV: Mi parli un po’ del tuo rapporto con il fumetto e con il “mondo del fumetto” qui in Italia?
MG: So che suona molto snob, ma non leggo più fumetti, al massimo li guardo. Ne ho letti in passato, ma non credo che continuare a leggere fumetti per un fumettista porti sempre a migliorare, anzi, sono convinto del contrario. Il concetto di “mondo del fumetto” mi fa molto ridere, sembra quella roba dei bambini quando giocano a fare le cose degli adulti e creano un mondo loro, simile a quello reale, ma con regole un po’ farlocche… io la chiamerei “scena fumettistica” o forse non la chiamerei in nessun modo, che di recinti, bolle e circolini ce n’è abbastanza. Ci sono molte persone che stimo e di cui sono amico, ma questo mi succede solo con quelli e quelle che sanno andare oltre questo recinto. Comunque, in generale, umanamente, è un ambiente migliore di molti altri ambienti creativi, forse perché non girano molti soldi.
MAV: E partendo dall’ultima domanda, quali sono, secondo te, i limiti del fumetto oggi (in Italia e altrove)? E quali potrebbero essere invece le strade da esplorare per il futuro?
MG: Qui rischiamo di farci male, la gente se la prende per nulla. Detto questo, credo che il fumetto in Italia sia ancora troppo autoreferenziale, per la maggior parte dei casi “in mano” ai nerd, per me questo è uno dei grandi problemi del settore; poi è un ambiente parecchio piagnucoloso, soprattutto negli ultimi anni, ma questa mi sa che è una prerogativa decisamente italica.
Tralasciamo le questioni legate ad anticipi, visibilità nelle librerie, ecc., bisognerebbe aprire un capitolo a sé. La cosa più interessante che è successa ultimamente riguarda le molte donne che sono diventate autrici o disegnatrici e riescono a essere pubblicate con più facilità. Il fumetto è un posto decisamente molto maschile e c’è ancora parecchio da fare in questo senso, però speravo che le “giovani donne” portassero un po’ più di differenza nei temi e nelle storie, che invece, a mio parere, sembrano spesso sovrapponibili e trattano, quasi solo, storie intimiste/sociali e autobiografiche, anche se mi pare uno stilema delle nuove generazioni, e in generale mi annoia parecchio.
Sicuramente le donne fumettiste dell’ultima generazione hanno puntato molto su temi importanti e contingenti, che però, a guardar bene, le poche donne “storiche” del fumetto italiano avevano già affrontato, forse con più respiro e fantasia. Di strade per il futuro non saprei che dirti, intanto vediamo se ce lo avremo un futuro… in generale.
MAV: Tu fai parte dei cinquantadue disegnatori che hanno donato un autoritratto agli Uffizi nella veste di fumettista. È una cosa importante, questa “apertura” del mondo dell’arte al fumetto. E potremmo dire che il fumetto ha il vento in poppa, oggi, in Italia. Come vivi questo momento?
MG: Esporre in permanenza nel museo più importante al mondo per i ritratti è una cosa fantastica, che comunque, come sempre, mi fa molto sorridere, forse è il mio essere bresciano: dalle mie parti si minimizza tutto, si sta sempre attaccati alla terra, l’enfasi sembra maleducazione e i sentimenti si tengono a bada come fanno i vulcaniani. Il fumetto sta decisamente prendendo uno spazio un po’ più ampio, ma non griderei alla vittoria, spesso sono “singolarità” che spiccano più per moda o ambienti vicini per ideologia… Ma non voglio lamentarmi, penso che se il fumetto viene (speriamo “veniva”) considerato arte minore la colpa è soprattutto di chi ci lavora.
MAV: Qualche fumetto che consideri imperdibile e necessario?
MG: Necessario mi sembra troppo, imperdibile pure… Ce ne sono che mi sono piaciuti parecchio e mi hanno insegnato molto, ma dovrei farti una lista e ho la memoria intermittente ormai: lascerei perdere! Di certo i libri che mi hanno cambiato la visione della vita sono tutti libri di parola scritta, ma c’è un motivo preciso che riguarda il funzionamento del mio cervello e non è un fattore di merito di una cosa sull’altra.